IL SIBILO DEL SILENZIO - Villa Santa Maria, Patria di San Francesco Caracciolo

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ARTE E CULTURA

Carissimo Mauro, come dalla tua gentile concessione, eccomi a riportare sul tuo sito il romanzo di un nostro comune carissimo amico: Il sibilo del silenzio di Rocco Olivo Castracane.
Quello che tu ed io ci accingiamo a fare è un doveroso omaggio ad un personaggio villese che ha dato molto al proprio paese natio: in particolare le tante opere pittoriche, regalate un poco a tanti concittadini oltre che alle locali istituzioni civili e religiose.
Grazie Mauro. Ti saluto, Luciano Tinto

IL  SIBILO  DEL  SILENZIO
di Rocco Olivo Castracane
a cura di Luciano Tinto


(Inizia presso le falde dell’Etna la storia raccontata da un soldato villese che, durante l’ultima guerra, raggiunge a piedi Roma, tra avvenimenti lieti e tristi)
1°  Capitolo
Nella notte del 10 luglio 1943, gli alleati sbarcarono in Sicilia. Io ero in viaggio verso l’isola, dove giunsi pochi giorni dopo, usando il Ferry.
Il motore del traghetto aveva mutato tono: eravamo arrivati a Messina. Erano circa le undici, e noi tutti, in piedi, scrutavamo il cielo pieno di sole certi di vedere da un momento all’altro i bombardieri che, come tutti i giorni, sarebbero puntualmente giunti.
“Presto, presto”, insisteva il pilota del traghetto. Le molte voci dei passeggeri furono sopraffatte dal suo ordine secco e forte: “Presto, presto, ho detto”.
La gente avanzò, accalcandosi, verso la zona di sbarco mentre si udirono, lontani, i motori dei bombardieri che rapidamente si avvicinavano. Alle grida scomposte delle donne e al pianto dei bambini si unì l’urlo delle sirene che alimentò il panico in un crescendo di urti, di contumelie e di bestemmie.
Alla prima bomba che cadde vicino alla nave seguì un silenzio improvviso. Tutti a faccia in giù, con le mani sul capo, attesero le altre bombe che inghiottite dall’acqua deflagravano con sordi boati sollevando enormi masse d’acqua  che cadevano su quel tappeto umano impossibilitato ad ogni reazione. Poi ci fu qualcuno che cominciò a muoversi, a gridare, e la gente si mosse, avanzò sempre accalcandosi, inveendo in tutti i dialetti, ognuno facendosi largo a gomitate. Fino a quando, sul molo, tutti cominciarono a correre inseguiti dall’inutile urlo delle sirene.
Fui quasi portato dalla calca che si diresse verso la vicina galleria ferroviaria dove, con gli altri, ci abbandonammo al suolo, finalmente al sicuro.
Il rilassamento nervoso per lo scampato pericolo, la stanchezza e l’ombra fresca della galleria contribuirono a farmi assopire, così com’ero, seduto per terra con le spalle contro la parete del traforo. Mi sarei addormentato profondamente se alcune voci concitate che urlavano “il treno!...il treno!..” non mi avessero scosso come destato da un lungo sonno.
Il fondo luminoso della galleria era infatti semicoperto dal treno che avanzava veloce con i suoi sbuffi di fumo  e con un fischio quasi continuo, come angosciato. Ci furono voci che gridarono: “ Scappiamo, scappiamo”, ma, ahimè, non avevamo neppure la forza di alzarci, mentre il chiarore giù in fondo diventava sempre più piccolo. All’improvviso esso rimase costante; il treno si era arrestato quasi all’imboccatura del traforo, molto vicino a noi. Ci accostammo per mostrare la nostra gratitudine al macchinista; questi ci disse che ogni giorno, alla stessa ora, i bombardieri americani apparivano sotto lo stretto lasciando cadere repentinamente tutte le loro bombe e che la galleria era il rifugio dei passeggeri dei traghetti; poi concluse: “Questi americani sono dei maghi, appaiono come frecce, hanno come bersagli il traghetto e, non appena i passeggeri sono al sicuro, l’affondano”.
Un uomo barbuto e rozzo intervenne con parole violente contro il ferroviere e contro tutti i paesi in guerra. Qualcuno disse:”   La guerra non è una cosa nuova; le guerre ci sono sempre state e sempre ci saranno”. Una voce intervenne dietro di noi: “ L’uomo non è mai contento: quando c’è pace fomenta la guerra e quando c’è guerra vuole la pace”
Il mio pensiero vagava altrove: Dei miei sei giorni di licenza, soltanto poche ore le avevo trascorse nella casa di Roma e in quella di mamma Elvira, a Napoli; il resto in treno e nelle stazioni oziose tra lo sporco delle sale di aspetto e il puzzo dei tanti sudori: Ma mi rianimavo pensando che tra poco sarei arrivato a Cefalù  dove mi sarei tuffato in mare per poi rimanerci a lungo e per sentirmi finalmente pulito. Poi sarei andato alla mia caserma e trovare così la pace nei miei doveri di soldato.
Più tardi mi trascinai fino alla stazione. Nell’attesa del treno sedetti a terra con le spalle contro una parete per paura di essere preso dal sonno. Rimasi in quella scomoda posizione l’intera notte; e quando mi alzai per salire sul vagone mi sentii le gambe rigide come pali.
Il vociferare della gente ed il ritmico battere delle ruote mi cullarono. Non mi addormentai, però potetti almeno riposare.
Il mio casermone era un lungo fabbricato disteso a pochi metri dalla spiaggia di Cefalù.Quando vi giunsi notai un insolito movimento di uomini e di donne, che erano lì non certo come bagnanti, tutti rivolti verso il mare a scrutare l’orizzonte. Osservando il volto di qualcuno fui spinto a guardare anch’io.Delle macchie grigiastre, molte lontane si accentravano e si disperdevano su una zona di mare quasi incolore. Erano uccelli migratori o piccoli tronchi di alberi galleggianti? Di tanto in tanto li perdevamo di vista e quando furono riconoscibili come relitti di corpi umani li vedemmo venire verso la spiaggia, verso di noi, mentre le onde, onde altissime, si incapricciarono a rovesciarli verso il duomo. Erano destinati quindi ad andare contro la scogliera.Già alcune di quei relitti di corpi umani erano lì lì per raggiungere la scogliera quando le onde nel ritirarsi li riportavano dentro il mare; e allora ritornavano con più impeto e fragore li scaraventavano contro gli scogli tante e tante volte, finché li lasciavano imprigionati tra scoglio e scoglio.Li raccoglievamo con grande difficoltà, perché le onde, altissime, come mostri, ci minacciavano, per poi lasciarci di fronte ad uno spettacolo orrendo: molluschi tra le carni e gli stracci, teste senza capelli e senza occhi, piedi senza dita, mani rosicchiate.Dopo averli trasportati sulla spiaggia e disposti ordinatamente sulla rena, rovistavamo fra le carni e gli stracci con la speranza che qualcuno potesse aiutarci ad identificare i naufraghi, poi venivano pietosamente ricoperti con un lenzuolo.Mi avviai verso la caserma a capo chino guardando la sabbia solcata come da una pazza sgorbia mentre immagini strane turbinavano nel mio cervello: navi come città galleggianti con cannoni che sparavano batuffoli neri, marinai con frecce di pietre e l’uomo della caverna sotto un grosso lampadario di cristallo. Urtai senza avvedermi contro un altro mucchio di resti umani e cenci fradici che emanavano odore di lattuga di mare. Intorno tante foto sparse che il sole cominciava ad accartocciare e che il vento spostava facendole rotolare come foglie. Una di esse attrasse il mio sguardo. La conoscevo quella foto e la tenni fra le mani, ancora incredulo: Renato, Gildo, Vittorio ed io, seduti ad un tavolo ovale, sorridevamo tutti mentre mamma Elvira, in piedi aveva in mano un grosso pane: Mario, che contava allora dieci anni, aveva la testa appoggiata al petto di sua madre, era vestito alla marinara con le stellette di stoffa bianca e sembrava orgoglioso del suo berretto. I figli di mamma Elvira erano tutti lì, eccetto Silvio, che in quel momento ricordo, se ne stava sul balcone ad attendere che passasse sua cugina.Appena due giorni prima era stato a Napoli: prima che io partissi aveva voluto salutare mamma Elvira che viveva sola nella casa vuota dei figli. Sentii interrompere un brano musicale che mi parve di Mozart.Dopo il commosso abbraccio e le effusioni affettuose tornò al piano e riprese a suonare con quella grazia di movimenti del corpo e delle mani che era insita in lei.Come allora, perché sapeva che per me era un piacere vederla ed ascoltare la sua musica. Ricordavo quei giorni: appena udivamo vibrare le corde del piano si correva in salotto e sulla porta Gino interrompeva il suo picaresco racconto facendo tacere i nostri chiassosi commenti. Si entrava in punta di piedi e, in silenzio, difilati verso il lungo divano di fronte al piano, e lì seduti, immobili, non perdevamo una sola nota della musica con cui mamma Elvira riusciva a penetrare nella nostra mente e nel nostro cuore. Sul pianoforte c’era solo una cornice d’argento con una foto di Mario in divisa da marinaio, scattata sulla coffa della sua nave. Improvvisamente mamma Elvira volse lo sguardo verso di me,e senza interrompere la sua musica, disse:“Tu pensi che tornerà sano e salvo?”“Sicuramente”, risposi; ma sapevo che un marinaio di una nave naufragata, dato per disperso, non poteva significare altro che un ritorno quasi impossibile.Raccolsi quella foto come cosa cara e proseguii verso la caserma.Quel casermone era stato abbandonato, e, secondo le indicazioni di un cartello, doveva raggiungere un ospedale da campo presso l’Etna.Ritornai a camminare. Poi su un camion? Su un mulo? Ricordo solo che il mio capo tentennava come un batacchio di una campana che suona a morte: avevo davanti ai miei occhi corpi straziati, teste trasformate, orbite vuote…e Mario che sghignazzava e mamma Elvira che lo guardava in silenzio. Una folata di vento spazzò via immagini e ricordi, e mi resi conto che stavo percorrendo una cunetta. Poi una via come tappezzata con sterco di cavalli. Valguarnera. Poi un sentiero tra i fiori. E la grande croce dipinta in rosso apparve...
Era appena cessato uno dei soliti bombardamenti aerei quando sentii soldati ed ufficiali inveire contro il capitano medico, che diceva con voce rauca:“ No, no, non li aprirò! I magazzini viveri si apriranno solo quando giungeranno i feriti”. I soldati ripetevano: “Non vogliamo morire di fame!” Mentre uno degli ufficiali minacciava il capitano, intervenne un tenente con la pistola in pugno rivolta verso i due, disse ai soldati: “Sfondate le porte dei magazzini!” In quel momento alcune bombe scoppiarono fragorosamente intorno all’ospedale e altre ne caddero sempre più vicino.All’intenso bombardamento aereo segui il silenzio. Un silenzio assurdo interrotto dalle grida di dolore dei feriti. Nel centro del camerone un soldato guardava con gli occhi stravolti il soffitto,mi avvicinai e gli dissi: “Non temere, non sai che sul tetto c’è una croce, la croce rossa?”Ah!...esclamò stringendosi a me. “ C’è una croce…una croce…perciò bombardano! Bisogna togliere quella croce!” E andava su e giù gridando e saltando impazzito: “La croce…la croce…la croce”.Dopo qualche tempo tornò a regnare la calma, ma durò poco.Un ronzio lontano appena percettibile, si fece sempre più forteera il tipico rumore degli aerei: Dopo poco questi apparvero molto in alto: erano centinaia di punti oscuri che si stagliavano contro il cielo e subito si formarono intorno ad essi macchie bianche orlate di grigio che si dilatavano fino a rendere invisibili prima quei punti oscuri poi l’azzurro del cielo.D’improvviso tuonò una pioggia di bombe fra grida di terrore e voci che chiamavano concitate.Quando quell’inferno cessò e il rombo dei motori divenne un ronzio, per poi tacere definitivamente, potemmo udire più distintamente grida e lamenti e nomi invocati nella disperazione. Poi, inaspettata, una grande deflagrazione.Fortunati coloro che avevano la pessima abitudine di dormire vestiti, anche con le scarpe; sciagurati quelli invece che erano abituati a spogliarsi prima di andare a etto. Io avevo addosso i soli mutandoni di tela bianca. A quello scoppio immane seguirono esplosioni a catena e un gran bagliore là, nell’ala destra dell’ospedale e le fiamme, alte e vorticose, ci inseguirono verso l’unico varco che l’incendio non aveva ancora aggredito.
Avevo la sensazione di sprofondare in un groviglio di carni flosce e che cocenti mani mi attanagliavano una gamba impedendomi di raggiungere gli altri oltre la barriera di fuoco.La calca umana ad un tratto cozzò contro un ostacolo terroso. I più agili saltarono sulle spalle degli altri che cercavano di liberarsene, superarono l’ostacolo e dopo una corsa affannosa caddero in una voragine più profonda. Cercarono di arrampicarsi sulla scabrosa parete ma non ci riuscirono cadendo su quelli più in basso. Tentarono altre volte, fino a quando si trovarono tutti ammucchiati al suolo come se qualcuno lo avesse ordinato per sottrarli alla minaccia degli aerei che sembravano penetrare nelle fiamme e mitragliare all’impazzata.Il panico dovette aguzzare l’ingegno di quegli uomini disperati, perché non appena il fragore dei motori diventò un ronzio, si levarono da terra, salendo l’uno sulle spalle dell’altro fino a quando una decina di loro riuscirono a raggiungere la sommità da dove formando una catena umana, tirarono da quella trappola inaspettata i feriti e gli illesi. Intanto io gridavo e gridavo. Sopraffatto dal crepitio delle vampate e quasi soffocato dal calore e dal fumo, sentivo che le mie forze a poco a poco cedevano; e lanciai un ultimo disperato grido di dolore. Poi presi ad invocare fiocamente Dio e mi lasciai cadere su quelle carni ammucchiate, forse di persone già estinte.Ebbi la sensazione di essere scaraventato verso qualcosa, e mi sembrò che tante mani messe insieme mi spingessero e che addirittura rotolassero sul vuoto. Quegli stracci neri che intravedevo sui corpi seminudi distesi al suolo erano uccelli che ad un mio involontario movimento volarono tutt’insieme per poi ritornare cautamente alla spicciolata. Mi resi conto così di essere sveglio.Perché mi trovavo in quella fossa? E perché tra i morti? Appoggiai la mano al suolo per alzarmi, ma appena potei sollevare la testa riuscii a intravedere il rosso del sangue sui miei mutandoni rimboccati e la gamba sinistra bendata.Ero incapace di ricordare cosa mi fosse accaduto. Detti un leggero scappellotto sulle bende che avvolgevano il polpaccio e sentii un formicolio per tutta la gamba come per carenza di circolazione sanguigna.“Niente di grave” mi dissi e feci per alzarmi; ma un dolore atroce mi riportò al suolo. Ora ricordavo: le fiamme, la loro furia, il grande calore…ma non vedevo nessun segno di bruciato neppure sui mutandoni, poi mi resi conto che ero stato ferito da schegge: il modo com’era stata fasciata la gamba mi fece intendere che ero stato operato da un esperto il quale aveva probabilmente estratte le schegge. Incominciai a strisciare sul terreno appoggiandomi tutto sul fianco destro fino a quando raggiunsi la parte alta della scarpata. Schiantai il ramo di un albero e con questo improvvisato bastone m’incamminai verso l’alto in cerca di un aiuto che non c’era.Dovetti vagare molto perché le fiamme le vedevo ormai lontano. Stanco e sfiduciato mi accasciai al suolo cercando almeno di riposare. Ero in quello stato di torpore che dà l’affaticamento fisico quando mi sembrò di vedere due miei compagni, Baniamino e Toritto che silenziosi sedevano accanto a me.
Andavo pensando come mai Beniamino potesse essere quello spettro di uomo che mi stava davanti e ancora in vita. Lo chiamavamo Scatolino, perché vestiva sempre in modo impeccabile; ora, pressocchè nudo, indossava soltanto uno straccio di camicia a mò di cintura; magrissimo, alto, aveva la testa completamente rasata, ai lati della quale aderivano le orecchie sottilissime e arcuate; notai il naso troppo rotondo per quel viso piatto e allungato, con gli occhi come mandorle aperte e svuotate, la bocca carnosa, col labbro inferiore leggermente penzolante. Non aveva detto una sillaba e sembrava sul punto di addormentarsi mentre Toritto già sonnecchiava.Tornai a guardare le fiamme lontane dal loro colore cangiante cercando di capire che cosa stesse bruciando, e pensai con tristezza alle coperte, alla grande quantità di vivere nei magazzini e a tutte le attrezzature dell’ospedale.Più tardi, mentre il fuoco si andava spegnendo udii un debole suono vibrare nell’aria, appena riconoscibile per quello di un motore di un piccolo aereo e d’un tratto tutto il paesaggio mi apparve come avevo sempre immaginato fosse la superficie lunare con la sua quiete leggendari: intensi fiocchi di luce brillarono alti nel cielo per calare adagio e spegnersi uno ad uno.Era la prima volta che vedevo quelle lucciole misteriose e rimasi stupefatto per l’aspetto surreale che assumevano le cose intorno a noi. Era tanto la desolazione che si desiderava il rinnovarsi di quello spettacolo ultraterreno. Non attesi molto perché sentii sopra di me uno schiocco come “ba…a…”, simile allo schiudersi delle labbra, seguito da un bagliore più vivo dei precedenti che si propagò subitamente come luce emanata non già da un punto ma da tutta la terra visibile e il sovrastante cielo. Noi sembravamo incorporei, ombre grigie e opache che si andavano oscurando fino a diventare nere sotto un vasto manto di cobalto. Non capivo se stavo ridestandomi da un sogno, ebbi paura e cercai rifugio sotto un ponticello.Quel senso di protezione e lo sfinimento ci conciliarono il sonno. Al mattino, con un cielo terso, ci incamminammo verso la cima di una collina, da dove avremmo potuto orientarci. Toritto saltellava, si fermava per poi riprendere a correre; era molto lontano, quando udimmo i“tra-tra-tra” di un piccolo aereo e lo vedemmo cadere e rotolare a valle.“L’hanno freddato”, disse Beniamino. Ma non avemmo il tempo di raggiungerlo perché quell’apparecchio veniva ora verso di noi. Ci buttammo lungo una scarpata, e a pancia a terra dopo esserci trascinati, riparammo sotto un altro ponticello. “E ora?”, disse Beniamino. “E ora..”, risposi io, senza sapere cos’altro dire. E Beniamino: “Perché ci insegue? Siamo inermi!”.Penso che questa notte gli alleati”, risposi “ coi loro globi di magnesio abbiano avvistato truppe accampate qui vicino e, non ritrovandole più, vanno alla loro caccia”.“Erano aerei alleati dunque, quelli di questa notte?” disse Beniamino.“Non lo so, e neppure so se quello che ci inseguiva fosse tedesco o alleato”.“E’ difficile riconoscere di notte a quale nazione appartenga un aereo”.“Per noi è difficile riconoscerlo anche di giorno, se vola ad alta quota. Nei corsi d’istruzione ci insegnarono ben altro”.“ Eh, si… quelle canzoni dei nostri nonni… e Lilì Marlèn…”“Pensiamo piuttosto come raggiungere una caserma o un ospedale”, dissi in tono secco.“Come posso entrare in un luogo abitato?” disse Beniamino mostrando che era nudo.“Cercherò una casa e ti procurerò qualcosa per coprirti”, dissi, mentre tentavo di localizzare il rumore dell’aereo che non cessava di ronzarci intorno, udii il crepitio della mitragliatrice e ritenni prudente non muovermi fino a quando non fosse tornata la quiete.Beniamino, di tanto in tanto, raggiungeva correndo una siepe e ritornava portando con sé un ramo lungo e tenero che ingegnosamente avvolgeva intorno al corpo al fine di mimetizzarsi.
Eravamo ormai rassegnati a trascorrere il resto del giorno e la notte sotto quel ponticello che fortunatamente era più asciutto dell’altro, quando udimmo l’echeggiare lontano di un suono nuovo;uscimmo con precauzione dal ricovero e vedemmo, ad una quota molto elevata, stuoli compatti di aerei che procedevano accostati fra loro. Quando uno di essi fu sulla nostra perpendicolare, sembrò un gruppo di volatili immobili che produceva un rumore cupo e costante per poi affievolirsi, seguito a catena dal rumore di altri stuoli. Dopo poco una lieve vibrazione dell’aria, ci portò un cupo boato, a cui seguirono altri e altri ancora: stavano certamente bombardando una città.Intanto quell’aereo solitario continuava a ronzare presso di noi. Avevo notato una casa su una vicina collina ma, per andarci, attendevo la notte che finalmente giunse assieme al silenzio. Decisi di recarmici, ma non avevo ancora percorso una trentina di metri che vidi sbucare improvvisamente quell’insistente caccia. Guardai Beniamino andare verso i cespugli e gridare: “ A terra!”, buttandomi giù anch’io.Quando ci parve di non udire più alcun rumore ci alzammo e decidemmo di muoverci insieme. Ma ecco di nuovo il cadenzato “tra-tra-tra” mentre Beniamino lanciava un grido; simile al latrare di un cane. Cercai di dare aiuto all’infortunato, che si lamentava ora, con deboli singhiozzi, e notai con raccapriccio che il suo viso era pieno di sangue. Con voce flebile diceva: “La testa…la testa…”. Non riuscivo a vedere da dove proveniva tutto quel sangue ma con la forza della disperazione ebbi modo di toccare la ferita che immediatamente tamponai con il palmo della mano.Lui dondolava la testa maledicendo Mussolini e il Negus – non so perché inveisse contro il Negus – mentre io gridavo di non muovere il capo. Gli orinai sulla ferita, poi con un pezzo di quello straccio di camicia gli bendai la testa e lo trascinai sotto il ponticello. Rassicurato di vederlo meno abbattuto, gli dissi che sarei andato a quella casa in cima alla collina.Quando la raggiunsi ebbi la delusione di trovarla chiusa e disabitata. Ritornai al ponticello dove trovai Beniamino migliorato. Più tardi ricominciai a salire la collina con la speranza di scorgere qualche altra casa; ma invano. E quando, sconfortato, tornai non trovai più il mio amico. Mi diedi a cercarlo intorno perché ritenevo che non doveva essersi allontanato di molto, lo chiamai inutilmente.Per tutta la notte vagai come inebetito per i monti.
All’alba mi trovai nei pressi di Valguarnera, un paese arroccato su una montagna…sfinito, sedetti sotto un albero e mi addormentai.Quando mi svegliai capii che ero febbricitante e decisi di rimanere lì fin quando la ferita non fosse guarita, affidandomi a Dio per il resto. Mi nutrivo di erbe selvatiche che trovavo nel raggio di un centinaio di metri, avevo sempre sete e capivo che le mie forze mi avrebbero presto abbandonato.Il mio pensiero andava lontano, verso Roma e, ansioso, cercavo di vedere nell’azzurro del cielo monumenti e strade a me famigliari. Ero in questo stato di torpore quando una voce alle spalle mi disse che il luogo dove io stavo sdraiato non mi apparteneva di certo. Chi mi parlava era un uomo corpulento e barbuto che, minaccioso, puntava il fucile verso di me.“Perché mi minacci?” dissi. “So bene che questa terra non è mia; ma non vedi che sono ferito e debilitato? Meglio sarebbe che mi porgessi un tozzo di pane!”.“ Non sono il padrone di questa terra e non ho da poterti dare un tozzo di pane; ma tu te ne devi andare di qui se non vuoi morire”.“Invece”, dissi angosciato “ ho tanta voglia di morire perché l’ospedale è distrutto e Roma è tanto lontana. Tuttavia me ne vado perché non ho il diritto di stare qui”.La ferita era quasi guarita e non presentava tracce di pus; c’era solo una grande crosta rossastra che mio consentiva lo stesso di poter camminare.“Dove vai …” disse l’uomo. “In qualche parte andrò” risposi. In quell’istante pensai ad un mio compagno d’armi, il Dottor Enzo Sindel, che forse era ancora in servizio presso l’ospedale di Caltagirone, dove era stato assegnato da non molto.“Da quanto tempo non mangi?” disse burberamente l’uomo”. Se per mangiare non intendi le erbe selvatiche devo confessare che non lo ricordo più”. Il burbero a poco a poco balbettando come un bambino cominciò a raccontare frammentariamente la sua storia. Era lì per compiere una vendetta e aveva trascorsi molti anni isolato dal mondo. Solo allora posò lo sguardo sulla mia ferita e disse con tono di sorpresa: “Uno sbandato!...Uno sbandato, si!...Uno sbandato con i soli mutandoni di tela!Mi indicò la strada che conduceva a Caltagirone e mi raccomandò di non scendere sulla carrozzabile. “Essa” disse “dovrà servirti solo come riferimento per il tuo itinerario. Verso sera arriverai all’incrocio con la rotabile di Caltagirone, però non ti azzardare ad avvicinarti al bivio: lo dovrai attraversare, un po’ più giù, e prima di muoverti medita almeno una decina di minuti, anche se sarai sicuro di te. Sarà un miracolo se ne uscirai vivo. Una volta dall’altra parte vedrai a destra una grande masseria posta sulla collina. Domanderai del padrone e gli darai questo biglietto”. Scrisse qualcosa su un pezzo di carta e abbracciandomi mi disse: “Coraggio, fratello”.
Era già sera, quando dopo aver seguito meticolosamente l’itinerario indicatomi da Silverio Spinazzo giunsi in vista della masseria. Sulla grande aia molte persone erano affaccendate al lavoro della trebbia. Varcai la proprietà fra il latrare di molti cani e mi accostai lentamente agli uomini che avevano smesso di lavorare per osservarmi in silenzio. Uno di essi lasciò cadere il tridente che aveva tra le mani e mi venne incontro.“Da dove vieni?”, disse.“Da Valguarnera”, risposi.“E come hai fatto a venire fin qui?”“Ho fatto un cammino che mi ha indicato Silverio Spinazzo”.“Silverio Spinazzo!... Che diavolo dici! Sei matto” Spinazzo è all’ergastolo!”“Mi ha dato questo biglietto per il padrone della masseria”.Lesse ad alta voce il biglietto: “Accogli quest’uomo così come accoglieresti me, Spinazzo”.“Hai certamente fame” disse e andò di corsa alla masseria.Dopo poco tempo una grande scodella di maccheroni fumanti era davanti a me.“Tutta questa roba!” dissi sbalordito, “me ne basta la metà!”“Mangiane quanti ne vuoi, mangia anche il formaggio, e se non ce la fai, il resto ti servirà per domani”.Mentre divoravo quella grazia di Dio mi accorsi che quasi tutti i presenti stavano a guardarmi. Finito che ebbi, una donna m i condusse in un fienile, mi lasciò una camicia candida di bucato e scappò via dandomi la buona notte. Doveva essere molto tardi quando mi svegliai perché il sole era alto e gli uomini erano già alla seconda colazione.Dopo essermi rifocillato andai a salutare il padrone per proseguire il viaggio.“Qui puoi stare quando vuoi” mi disse l’uomo, vedi quei due? Sono sbandati come te. Essi lavorano per me ed io do loro da mangiare e da dormire. Se tu vuoi, c’è lavoro anche per te”.“In verità” dissi confuso “debbo giungere a Caltagirone e vi ringrazio dell’offerta”.“Quintino…Quintino…” gridò il padrone.Un uomo corse affannosamente, con il tridente in alto come per darmelo in testa. “Padrone!”, disse brusco.Quintino era un uomo sulla cinquantina, rude, con i baffi rivolti in giù.“Questo giovane”, disse il padrone “deve andare a Caltagirone e penso che potrebbe venire con te. Nessun inconveniente?”“Nessuno, padrone” e tornò al lavoro: Poi il padrone della masseria mi disse: “E’ un buon uomo quello zingaro. Oggi finisce il suo lavoro qui, da me, e domani andrà con la sua famiglia altrove. Ti lascerà nei pressi di Caltagirone”.“Grazie”, gli dissi commosso:Non era ancora spuntato il sole quando Quintino dato un ultimo sguardo alle ruote del carro si accostò ai due cavalli che, coi finimenti a sonagliere, erano pronti per partire.La moglie di Quintino, Dorotea, che stava già seduta sul carro su un cumulo di cianfrusaglie, era una donna di circa cinquant’anni, grassa e sciattona. Brontolona, aveva sempre di che lamentarsi, e quando il marito le gridava si acquietava per un po’, per poi continuare col suo borbottio iroso. Io non ci capivo niente. Flavia e Nanni, i loro due figli, erano scomparsi giù per la vallata: A un dato momento Quintino salì sul carro e i cavalli incominciarono a tirare.Dorotea gridò: “Olivo, Olivo”.“Sono qui” risposi.“Non ti allontanare dal carro”.“Stai tranquilla, Dorotea, non mi allontanerò”.Ogni tanto mi voltavo per salutare tutta quella buona gente della masseria fino a quando li perdetti di vista.
Il carro cominciò la discesa lungo la collina. Ogni tanto Nanni tornava con qualche ordigno di guerra da mostrare al padre che lo sgridava con mille improperi. Il ragazzo aveva 14 anni e già faceva sfoggio di modi scorretti e a volte triviali. La sorella, Flavia, invece, era una giovane sulla ventina, dal viso dolce e dal conversare gradevole. Correva anche lei cogliendo un fiore qua e là per poi attenderci seduta sotto un albero. Anche il cane scompariva improvvisamente e ricompariva d’un tratto portando qualcosa in bocca: un barattolo o, a volte, una lucertola viva pendente da un lato della bocca. Quintino faceva schioccare la frusta e la bestia lasciava cadere ciò che aveva portato e tornava ad allontanarsi. Io seguivo sempre a piedi il carro, mentre i due zingari non facevano altro che litigare. Dopo aver percorso un bel po’ di strada, improvvisamente Quintino scese e, senza preoccuparsi di fermare il carro, tirò giù con uno strappo la moglie ed i due incominciarono ad insultarsi gridando ad alta voce. A vincere era stata la moglie; però quando il marito si tolse la cinghia di cuoio dai pantaloni ed incominciò ad arricciarsi i baffi, Dorotea si mise a correre in un modo tanto goffo da sembrare una balla di lana. La donna cadde e rotolò al suolo; e Quintino dopo averla presa per i capelli la schiaffeggiò così violentemente da lasciare la poveretta stordita e col volto tumefatto e arrossato.L’iracondo marito, ancora ansimante,salì sul carro e quando Dorotea lo raggiunse cominciò ad inveire con un frasario violento e volgare. “Cornuto” diceva la zingara, “cornuto, cornuto”, mentre con le mani ai fianchi pestava il suolo con i piedi.Il carro si fermò d’un tratto. Dorotea, temendo la reazione del marito, salì sul carro, gli si sedette accanto e i due cominciarono a conversare placidamente. Ma dopo poco tornarono a litigare. Questa volta però era il marito che chiamava la moglie “zoccola”.“Sei una zoccola” diceva.“E tu un cornuto rispondeva la donna.Poi tornò di nuovo il silenzio.Di strada ne avevamo percorso parecchia se il sole era prossimo al tramonto. Dopo un tratto di forte pendio arrivammo in una piccola aia dove ci fermammo.Mentre Dorotea e Flavia preparavano da mangiare noi rizzammo la grande tenda che da un lato era tanto sporca da fare schifo. Quintino mi disse che essendo quello il lato esterno, ci saremmo meglio mimetizzati e quindi eravamo più sicuri dalla furia dei tedeschi. Il lato interno invece, era pulito tanto da sembrare una tenda da circo.Il carro era stato posto nel bel mezzo, e intorno, sparsi al suolo, erano stati messi alla rinfusa materassi e coperte: I due cavalli e il cane erano fuori, legati ad un albero. Mangiammo e ci coricammo senza svestirci. Dorotea e Quintino si sdraiarono sopra un materasso grande; ma la donna era così grossa che l’occupava quasi tutto, mentre il marito trovava posto solo per la testa. Nanni, dopo aver cambiato diverse volte, trovò un posticino che gli sembrò comodo e si addormentò come un ghiro. Flavia aveva disteso il suo materasso ai piedi della madre la quale aveva posto al suolo, poco distante da lei, una coperta per me; Ma la donna emanava un puzzo irresistibile, per cui fui costretto a cambiare posto. Mi trovai così accanto a Flavia che già dormiva.
Il crepitio violento di una mitragliatrice mi aveva svegliato. Era ancora notte, però dovevo aver dormito abbastanza. D’un tratto udii un rumore di motore seguito da un mitragliere rapido e molto vicino: una mano sfiorò la mia, poi sentii stringerla e lasciarla, nello stesso tempo una voce mormorava: “Ho paura”. Era Flavia. Cercai la sua mano e la trattenni nella mia carezzandola, ma non tardò molto che Flavia si riaddormentò.Stavo per riprendere sonno, quando il cane cominciò a latrare tanto forte che Flavia si svegliò di nuovo e mi strinse la mano dicendomi con voce fioca: “Olivo, ho paura”.“Non aver paura, non siamo soli”.Lei mi si accostò senza profferir parola, mentre il cane cessava di latrare. Nel silenzio che seguì mi disse: “Di dove sei”?“Sono della Maiella”.“Dov’è la Maiella”?“Nel centro d’Italia”.“Ci sono i tram”?“Si, moltissimi”, Risposi, dopo una pausa mentre pensavo a Roma. Le sue domande, non so perché, mi facevano sovrapporre come in trasparenza le due immagini, di Roma e della Maiella.Lei continuò: “Ci sono i giovani”?“ Ci sono i lupi”!“Molti”?“Moltissimi”.“Come sono”?“Feroci”.“ E le ragazze?”“ Sono bellissime, ma non come te”.“Alcuni mi dicono bella, ma non bellissima”:“ Sei straordinariamente bella, Flavia”, e tornai ad accarezzarle la mano.“ Davvero lo dici?”“ Non so mentire, Flavia”.“ Sei fidanzato?”“ No”.“ Non hai mai avuto la fidanzata?”“ Si, l’ho avuta”.“ Com’era?”Non risposi, lei continuò: Su dimmi com’era la tua fidanzata”.“ Non mi piace parlare di lei”.“ Ah!... esclamò, “ le volevi bene e il tuo cuore batte ancora forte per lei!”“ il mio cuore sta battendo forte, ma se tu lo senti, è per te”.“ Non può essere vero!”“ E’ vero”.Si era fatto giorno: Dorotea si sollevò dal materasso e Flavia ritirò rapida la mano.Dopo poco eravamo tutti riuniti intorno ad un fuoco con poca legna, sopra il quale era posto un pentolone. Dorotea vi affondava un mestolo, lo tirava fuori e versava il contenuto in una tazza che consegnava a Nanni mentre questi la dava ad uno di noi; era una bevanda dolciastra di colore scuro che loro chiamavano caffè. Intanto Quintino e Nanni erano andati ad una vicina masseria per cercare lavoro, mentre le due donne rimasero nella tenda per sistemare le tante cose sparse per terra. Io mi diedi da fare per procurare un poco di legna e quando tornai, Flavia mi disse dolce: “Non ti stancare”.La vecchia zingara era uscita per le sue necessità e la ragazza, ora risoluta , mi chiese: “Voglio dirti solo quanto ti amo, Flavia, risposi.Poi presi le sue mani, la tirai a me, l’abbracciai e le diedi un bacio sulla guancia: Lei girò la testa per nascondere il viso sopra la mia spalla, e mentre le andavo sollevando i capelli per baciarla sulla nuca entrò la vecchia. Flavia scivolò sotto le mie braccia e si allontanò.Trascorsi il resto della giornata aiutando le donne e rispondendo alle molte domande che mi rivolgeva Dorotea. Quando tornò il vecchio zingaro fui ancora una volta spettatore della battaglia di insulti che divampò fra i due. Un’altra giornata era trascorsa. Dopo aver mangiato, e non potendo accendere nessun lumicino per paura di essere visti, andammo a dormire.
Il giorno dopo, appena spuntato il sole, mentre io ero ancora coricato sulla coperta, vidi uscire dalla tenda Dorotea, Quintino e Nanni. Ero rimasto solo con Flavia che n on staccava gli occhi da me e mi sorrideva. Poi mi abbracciò mentre mi diceva: “Non mi vuoi bene?”. Cercai di svincolarmi perché avevo la sensazione che tutto quello che stava accadendo fosse un sogno; e mentre lei continuava a chiedermi se le volevo bene le toccai il viso, la fronte, gli occhi, la bocca. Non avevo mai pensato di fare all’amore con una zingara perché le ritenevo sporche e violente, ma il profumo di rose che emanava Flavia mi trascinò in un mondo di dolcezze e di frenesia mai conosciute.“Dimmi, sei sposato?” disse la ragazza, e si svincolò senza allontanarsi.“No, non sono sposato”.“Perché non vuoi dirmi com’era la tua fidanzata? Su, dimmi com’era…”Appagai la sua smania e le dissi che la mia fidanzata era stupenda.E lei, “ Ti voleva bene?”“Si,mi voleva bene”.“La cercherai?”“No, perché ho trovato te”.Tornò ad abbracciarmi ed io la strinsi tanto forte che lei non potette più svincolarsi ed incominciammo a rotolare fino a raggiungere un palo della tenda in una posizione incomoda per Flavia. Ci scostammo, e lei disse : “Va bene così”. Pensando alla fragilità del suo corpo attenuai la stretta, ma lei mi sussurrò di stringerla forte. La sua voce sembrava mutata e l’incarnato del suo viso si andava accendendo sempre più.La mattina seguente mi recai a raccogliere la legna nella vallata. I tre zingari erano usciti prestissimo e Flavia era sola nella tenda a mettere ordine. Nel pomeriggio la leggera brezza della mattina s’era mutata in un venticello fastidioso, per cui decidemmo di ripararci sotto la tenda. Ci sdraiammo sul grande materasso di Dorotea; Flavia non stava comoda perché nella zona centrale esso era molto avvallato, indubbiamente per il considerevole peso della madre. Nel notare l’impazienza della ragazza ebbi l’idea di prendere una grossa pietra ben levigata, e la posi sotto le sue natiche. Al contatto, Flavio strillò e, per ringraziarmi, mi baciò sulla bocca.Quando le tolsi la pietra, il cane già latrava, annunciando l’arrivo di Quintino, di Dorotea e di Nanni. Riuniti sotto la tenda eravamo tutti contenti, anche il cardellino Rarà che Flavia teneva in gabbia e il picchio- verde che, libero, svolazzava intorno posandosi ovunque. Fra le tante cose sparse sotto la tenda c’era un quadro con la cornice dorata e il vetro ben terso, ma vuoto di qualsiasi soggetto. Il fatto che lo cambiavano ogni giorno di posto mi incuriosiva sempre di più, per cui domandai a Flavia il perché di quella strana presenza fra le masserizie più umili. La ragazza, in un primo momento turbata, mi disse che quel quadro era tanto importante per lei quanto l’amore che portava a me.“Perché ?”le chiesi. E lei: “ Ho paura che non mi vorresti più bene se ti parlo di quel quadro”.“ Ma io te ne vorrò sempre, amor mio”.“Forse no”.“ Ma come puoi dir ciò?”.“ Hai ragione: credo che non te ne dispiacerà e mi vorrai bene lo stesso”.“ Non sono sicuro perché il mio amore per te è così grande da non temere ragioni per essere distrutto”.Amavo veramente Flavia ed ero sicuro che quel quadro non rappresentava altro che un mero capriccio.“ Vuoi proprio sapere?”Le risposi che rispettavo il suo silenzio e che avrei atteso senza impazienza il momento in cui lei si sarebbe decisa a parlare. Mi guardò per un momento, poi abbassò gli occhi:” E’meglio che tu lo sappia ora” disse. Seguì un silenzio che non osai interrompere perché capii che cercava il modo come cominciare.
“Dorotea…” si fermò per un poco. Poi continuò rapida. “Dorotea non è mia madre, né Quintino è mio padre. La mia mamma è bellissima e la ricordo come solo io la so immaginare in quel quadro”. “Ma come è possibile” dissi meravigliato, “ che Dorotea e Quintino…”“ Quintino” mi interruppe “afferma che lui è mio padre e che i miei occhi sono come quelli della madre di cui porto il nome: Flavia, mentre Dorotea dice semplicemente che io sono sua figlia”.“ Ma come è possibile…” ripresi.“ Ti prego” disse interrompendomi ancora “ti prego di non sollevare dei dubbi perché ciò che ti dico è la verità. Due anni fa su una pagina di giornale vidi per caso riprodotta la mia immagine: vestita con la camicetta, una corta gonna e con una racchetta da tennis in mano. Ero sicuramente io, ma quei vestiti non li ho mai indossati. Mi sembrava di impazzire quando, improvvisamente, nel volto della tennista mi parve di vedere quello di mia madre! Non vi era nessun nome a cui si potesse riferire la foto riprodotta sul giornale; ma quel volto…quel volto… E ad un tratto sul buio del mio passato si aprì uno squarcio che mi portò col ricordo a mia madre che sorreggeva me e un’altra bambina come me aiutandoci a camminare…Un’altra bambina come me…forse una cugina, forse una sorella…come me…forse una gemella. E salì alla memoria un nome: Ebe. Perché avevo detto Ebe? Non lo so spiegare nemmeno ora!” Si coprì il volto con le mani e cominciò a singhiozzare.“Cerca ancora nella tua memoria”…fu tutto quello che seppi dire tanto mi ero compenetrato nel dramma della povera Flavia.Improvvisamente la ragazza salì sul carro, rovistò fra le tante cose ammonticchiate e scese con un piccolo scrigno che pareva d’argento. Lo aprì, ne trasse un pezzo sgualcito di giornale e mi mostrò la foto riprodotta.“Ma questa sei tu!” dissi meravigliato. “Vuoi prenderti gioco di me?”“Non sono io credimi!” disse Flavia piangendo.”Questa che tu vedi è mia sorella Ebe”.“Ma come puoi affermare ciò se non vi è alcun nome? E come mai intorno a questa lo scritto stampato era scomparso?” Dal mio tono dovette sospettare la mia incredulità perché, con un singhiozzo represso mi disse che a guardare bene c’era un nome di un club sportivo. Dopo che riuscii a leggerlo l’abbracciai dolcemente e le promisi che avremmo chiesto di tutti i clubs con quel nome e una volta trovatolo le avremmo trovato anche la mamma.Flavia si strinse a me singhiozzando e mi disse: “Grazie Olivo, grazie, ora so che mi vuoi bene perché saprai aiutarmi”.“Ti aiuterò con tutta l’anima, zingara mia, perché ti amo, ti amo con tutte le mie forze”.Le baciai le gote come per asciugarle le lacrime e la strinsi forte. Le sue mani che carezzavano la mia nuca scivolarono lentamente lungo il mio corpo, trepida d’amore. Sentivo il suo abbandono; abbracciati raggiungemmo un lembo dell’aia su cui cadde mollemente. Mi trasse a se con dolcezza e mentre mi carezzava il volto, con un filo di voce disse: “Ora…” e socchiuse gli occhi.
Il profumo e la freschezza del corpo di Flavia mi davano una sensazione mai provata. Un giorno le disse:”vorrei conservare intatto il tuo profumo perché così quando sarò solo ti sentirò vicino a me”.“ Ho un profumo io” Ti piaccio tanto?”“Moltissimo”.“Non l’avrei mai immaginato. Certo faccio di tutto per piacerti, questo lo so. Vedi quel lago laggiù?... vieni…conosco benissimo questi luoghi”.Ci incamminammo per un viottolo. Improvvisamente sentii una armonia di note, come di un pianoforte in sordina. Era l’acqua che scorreva tra i sassi, che si celava e tornava ad apparire in rigagnoli limpidi sino a diventare un ruscello in leggero pendio che d’un tratto si allargava per formare un laghetto. L’acqua era così chiara che lasciava vedere sul fondo i tanti ciottoli bianchi con qualcuno di diverso colore.“Vengo qui tutti i giorni per bagnarmi” disse Flavia.“ Non certo a quest’ora!”“No, perché l’acqua è fredda, ed anche perché qualcuno potrebbe vedermi”.“Peccato!” dissi rammaricato.“ Peccato perché?”“ Perché speravo ti bagnassi”.“ Se vuoi lo faccio subito”.“ Per me?”.Sorrise: “ Con te mi sento sicura” disse. E andò a prendere qualcosa tra le pietre presso un albero, e quando tornò mi mise sotto il mento la mano chiusa a pugno, forse perché potessi indovinare che cosa stringesse, continuò “è questo il mio profumo” e aprì la mano vuota. Poi cominciò a svestirsi. Apparve nuda come non l’avevo mai vista. Le gambe slanciate rendevano più armoniose le curve del suo corpo. La sua pelle era di un colore latte verso il seno, dai capezzoli in su, e vedevo quel cuoricino di morbido oro su cui galleggiava l’ombelico come una piccola gemma incastonata sulla pelle tesa e vibrante. Forse ciò che più mi faceva vedere in lei un’immagine quasi irreale erano i suoi occhi gioiosi pieni di una luce intensa. Quando il suo sguardo si incontrava col mio, io mi sentivo come soggiogato, incapace di distinguere il reale dall’irreale.Flavia sembrava più contenta del solito, e si buttò sorridente nell’acqua.“Andiamo” disse “svestiti anche tu”.Rapidamente mi immersi nel laghetto dando grandi manate sull’acqua. Flavia gridava perché gli spruzzi le provocavano dei brividi e si allontanò verso una grande pietra dai riflessi d’oro che giaceva sul fondo come un seggiolone, vi si sedette lentamente e mi chiamò. Appena giuntole vicino cominciò a correre nell’acqua mentre io la seguivo fingendo di non essere capace di raggiungerla.” Mi devi prendere”, diceva lei ridente mentre correva battendo le palme sull’acqua. Mi fermai d’un tratto e lei subito si avvinghiò al mio collo guardandomi in silenzio, mentre con le dita, ansante, si trastullava con i riccioli del mio petto. Sentii il suo ventre aderire più forte al mio, la presi per la vita, la sollevai e la posi su quella pietra dorata sott’acqua dicendole: “Ecco il tuo trono, Flavia”. E rimanemmo avvinghiati fino a quando sentii il suo respiro più lieve dopo l’intenso orgasmo.
Dove eravamo noi, pochi giorni prima era terminata un’aspra battaglia tra gli alleati ed i tedeschi. Malgrado non si vedessero né gli né gli altri si udivano, tuttavia, di giorno e di notte raffiche di mitraglia: potevano essere gli alleati che difendevano una testa di ponte oppure i tedeschi che da un apparecchio mitragliavano all’impazzata.Diceva Nanni che sulla rotabile a fondovalle vi era un via vai continuo di jeeps e camions. Tra le frasche erano state abbandonate molte casse di munizioni, e sulle scarpate della strada erano tante le croci di legno conficcate frettolosamente. I cavalli morti, trascinati sui prati anneriti dai fuochi mandavano un puzzo irrespirabile. “Sai, mi disse, hanno distrutto tutti i ponti, hanno tolto anche quelle pietre nel letto dei ruscelli che servivano per passare all’altra riva”.Mentre ero ancora in acqua vidi Flavia già vestita che mi guardava con fare circospetto, attendendo con un fiore in mano che io uscissi dal lago e mi vestissi. Più tardi ci incamminammo verso la nostra strada e,nell’attraversare un campicello di margherite, Flavia ne colse una e incominciò a staccarne i petali mormorando qualcosa; ne prese un’altra e un’altra ancora e quando terminò di sfogliarle gridò forte: “dice sempre no…allora tu menti”.“La margherita dice no, ma io ti amo, e lo sai!” le risposi.“Non ho voluto sapere se tu mi ami…”“Cosa hai chiesto allora?”“Non posso dirtelo”.“Eppure io ti dico tutto di me!” e le strinsi il braccio. Lei si liberò con un piccolo grido, corse verso il ruscello e con le palme delle mani a conca cominciò a bagnarmi. Poi scappò invitandomi a seguirla. Eravamo a piedi nudi, e se aveva un’abilità straordinaria per schivarmi, io ero più resistente. Stavo per prenderla quando, come uno scoiattolo, salì su un albero beffeggiandomi allegramente. Non mi detti per vinto: mi arrampicai anch’io, ma lei salì più su, e con un salto raggiunse un altro albero. Feci lo stesso anch’io: avevo appena raggiunto i primi rami sotto di lei, quando la vidi in procinto di saltare e contemporaneamente sentii lo schiantarsi di un ramo nella parte dove lei si trovava.“Flavia” gridai, “mantieniti forte”.Il suo corpo scivolò e il vestito si aprì a ventaglio, la gonna fiorata si scampanò a mo’ di fiore. Le gambe, come lunghi stami rosei, sfiorandomi il viso, si aprirono.Cercai di liberare Flavia dall’intrigo dei rami ma caddi anch’io con lei e la mia schiena finì su un groviglio di foglie e di rami. Flavia si dimenava sopra di me. Ora era lei che diceva: “mantieniti forte”.L’ape lambì il nettare di un fiore tra i fiori; la sentii contorcersi ed ansimare, poi dette in un grido convulso e dopo qualche istante si levò.La notte seguente eravamo stretti stretti, non molto lontano da Dorotea che russava come un trombone. Flavia era così contenta che di tanto in tanto mi dava un colpetto di mano sulla pancia, mentre io le rispondevo con un pizzico sulla coscia; un pizzico che diventava un lunga carezza. Sottovoce mi diceva: “ci sposeremo a Caltagirone anziché a Palermo”.“Si, amore, ci sposeremo a Caltagirone”.“Ritieni che ritroveremo mia madre a Palermo?”“Penso di si”.“Staremo molto con lei?”“Tutto il tempo che vuoi, cara, piccola Flavia”.“Sei tanto buono,tu” e mi dava una stretta più forte. Poi continuava, “Roma è molto lontano”.“Si ma non importa”.“E’ vero che ci vorrà del tempo prima che Roma sia liberata?...”“Sarà presto, vedrai”.“Il mio vestito da sposa lo voglio verde. Che ne dici? Lo comprerò a Caltagirone e cambierò questi orecchini per un paio più piccoli con pietrine di zaffiro. Compreremo per te le scarpe, un bel paio di pantaloni e una camicia di seta”.“La tua idea è meravigliosa, Flavia, però…
Non mi lasciò continuare: andò sul carro, tornò con lo scrigno d’argento, tolse quel ritaglio di giornale con l’immagine di sua sorella e con delicatezza cominciò a svolgere un grande fazzoletto colorato dal quale tirò fuori una magnifica collana fatta di monete d’oro, piccole e grandi.“Vedi!” disse lei.“Sono tue?” domandai, pensando che appartenessero a Dorotea.“Sono mie, tutte mie. Le ho guadagnate io!...”“Come?” le dissi bruscamente. “Che significa che le hai guadagnate?”“Leggendo la mano della gente, fin da bambina. Dorotea mi incitava a tirare la giacca ai giovanotti perché si facessero dire da me il loro futuro. Mi diceva che fare l’indovina era molto facile: bastava prendere la mano del giovane nella mia, guardarlo fisso negli occhi e dirgli tutto ciò che mi veniva in mente. Nel lasciargli la mano, però, non dovevo dimenticare di dire: se sei virile saremo fortunati. La risposta era sempre un ansioso interrogativo; e puoi bene immaginare il perché. Succedeva che alle feste e alle fiere i giovani venivano a frotte a porre la loro mano nella mia con la speranza che io mi lasciassi prendere”. Dopo un lungo silenzio mi disse carezzevolmente: “Con te è stato diverso perché ti ho voluto bene fino dal primo momento che ti ho visto”.S’era fatta l’alba, ancora una volta mi domandò se l’indomani saremmo partiti per Caltagirone, e alla mia risposta affermativa mi baciò più volte, poi si liberò dalle mie braccia e disse: “Voglio vedere il cielo”.In punta di piedi andò fuori per tornare subito, mi abbracciò e mi sussurrò: “Sarà una giornata splendida. Ho visto tante stelle nel cielo. Andremo al laghetto?”“Certo che andremo”.“Si…così porterò a Roma il ricordo di dolci momenti trascorsi sotto questo bel cielo”.Le dissi che anche il cielo di Roma era bello.“E quando piove?” domandò.“E’ sempre bello”.“E se tuona, se c’è vento e piove?”“E’ bello, è bello lo stesso”.Sentimmo che Dorotea si era svegliata e parlottava col marito che non aveva voglia di aprire gli occhi. Poco dopo eravamo tutti intorno al pentolone del caffè quando Quintino, rivolgendosi a Flavia le ordinò col suo solito tono sgarbato: “Va a prendere l’acqua alla sorgente”.Flavia ubbidì rapidamente e uscì con la grande anfora di terracotta. Nello stesso momento un piccolo apparecchio da caccia sputò la rabbia tedesca con un mitragliare rapido crivellando la tenda e colpendo Flavia.Flavia giaceva a terra sanguinante con la gonna fiorata aperto a ventaglio che i cocci dell’anfora tenevano ferma al suolo malgrado lo spirare di un vento leggero.“Flavia” gridai “ su, cerca di alzarti!...”“Mi vuoi… bene?...dimmi…com’era la…tua fidanzata…mi vuoi bene?...”La mia mano teneva fortemente la sua: “Vieni!...vieni con me, su alzati”.Poi la sua mano che io stringevo convulsamente cominciò a raffreddarsi fino a diventare di gelo.Il giorno dopo discendevo la valle guardando una nuvola nel cielo, una nuvola che sembrava un fiore.“Stai attento, guarda dove metti i piedi…” “ Non importa…voglio guardare il cielo” Inciampavo, cadevo, rotolavo e tornavo a guardare quella nuvola che mi seguiva. “Potrai precipitare in un burrone! Potrai inciampare in un ordigno!...”Sarebbe meglio per me, amor mio”.
Costeggiavo la carrozzabile ad una distanza di una decina di metri. A volte me ne allontanavo di molto, fino a perderla di vista, ma il rumore delle jeeps e dei carri armati mi orientavano senza poter sbagliare. Si fece notte. D’un tratto la vallata si illuminò a giorno per pochi secondi. Poi le solite numerose fonti di luce sparse qua e là nel cielo, a differenti altezze, che via via si andavano spegnendo, e dopo il silenzio un breve brusco mitragliamento. Mi rifugiai sotto un ponticello, dove avrei trascorso la notte se il suolo non fosse stato così melmoso. Molto lontano vidi lunghe pareti. Le raggiunsi: Dio mio che puzzo! Proprio lì vicino giacevano tante carogne che appestavano l’aria; più in la croci, altre croci, ancora più croci e più cavalli morti. Nuovi bagliori di luci illuminarono un casone non molto distante dove corsi immediatamente. La porta sul davanti era completamente aperta; entrai, contento di aver trovato un luogo sicuro. Attraversai un grande stanzone completamente vuoto e giunsi in un altro più grande pieno di cassoni disposti ordinatamente a cataste. Con mia sorpresa notai che erano tutti pieni di munizioni, certamente abbandonate dai tedeschi in ritirata.
Udii colpi di mitraglia, ai quali non diedi importanza e tornai nel primo stanzone dove avrei trovai un posticino per coricarmi: Il mitragliare intanto era intenso e vicino; guardai cautamente fuori e vidi molti soldati alleati con i loro tanti veicoli. Trovai ridicolo ciò che accadeva: per un fantasma nel casone erano stati mobilitati tanti soldati con lo spreco di migliaia di proiettili! Nello stesso tempo, però, giudicai difficile la mia situazione. Cominciai a pensare come poter uscire da quel rifugio. Lanciai attraverso la porta la mia camicia in segno di resa ma mi fu risposto con un mitragliare da più parti e a intervalli. Non potevo muovermi. Trascorsero forse una ventina di minuti quando sentii nel casone dei passi e delle voci. Decisi all’istante di buttarmi al suolo come se fossi morto.
Ad un tratto si levò un vociare nell’altro stanzone seguito da un altro più fragoroso vicino a me. Due mani attanagliarono le mie gambe ed altre il mio corpo; mi staccarono dal suolo, mi sollevarono e tutti in coro intonarono la canzone tedesca “Lili Marléne”.
Io riuscii ad aprire le braccia come fossi un trofeo prezioso, fui portato fuori.
Dopo una marcia di alcuni chilometri, stanco, mi trovai dentro un reticolato di ferro spinato: era il campo dei prigionieri di Caltagirone.
Riuscivo appena ad intravedere gruppi di soldati sdraiati o seduti presso il reticolato: Mi avvicinai senza parlare. Sedetti a terra, mi slacciai le scarpe e curvai la testa sulle ginocchia cercando di dormire almeno un poco.Un prigioniero vicino mi stese un mantello dicendomi: “Tieni, non fa freddo, però a notte avanzata si”.La mattina appena aperto gli occhi, vidi un gran numero di prigionieri, tutti malconci che ordinatamente uscivano dal campo e pensai che l’indomani sarebbe toccato anche a me ; la mattina seguente, infatti, facevo parte di un plotone in procinto di uscire; ma, improvvisamente, mi trassero fuori dal gruppo. Non sapevo con chi protestare; uno dei prigionieri mi guardò con insistenza mostrandomi una mano tremante sul cui dorso vi era un marchio rotondo rossiccio come per farmi intendere che era necessario avere quel marchio per uscire.Quando arrivarono altri prigionieri mi accodai a loro e anche a me fu segnato il marchio sul braccio. “Sono libero!” dissi ad alta voce. Un uomo mi sussurrò: “Vedi, io ne ho due di marchi e sono ancora qui”. Gli inglesi mi presero a Siracusa, i tedeschi mi ferirono a Ragusa, gli americani mi acciuffarono a Licata e ora sono qui, a Caltagirone, dentro questo reticolato. Domani, forse…in Africa…o nel Texas, così dicono. Stette un poco in silenzio poi continuò: “Monza…Monza… sai dov’è Monza?... La tua famiglia dove si trova?”“ Non lo so”. Mi guardò stupito.“ Forse a Roma”, dissi quasi a me stesso.Dopo alcuni giorni, di mattina prestissimo respiravo finalmente l’aria della libertà.Il puzzo delle carogne mi era insopportabile. “ Perché queste bestie non vengono bruciate o seppellite?”Non c’è tempo per loro, sono molti giorni che scaviamo tra le macerie e più scaviamo, più morti troviamo. Se si potesse scavare anche di notte, chissà quante vite riusciremmo a salvare. Una voce di soldato americano ci intimò l’alt e con un segno di braccia divise il plotone; una parte per proseguire e l’altra per scavare fra i resti delle case distrutte. Procedere era pericoloso: travi incrociati in tutti i sensi, pali stroncati, masserizie disperse e ricoperte da terriccio, pareti in bilico e grossi tratti di muro penzolanti pronti a cadere e a schiantarsi.Eravamo solo noi i vivi in una città morta.Mentre affannosamente scavavo, scrutavo spesso verso la strada, con la speranza di vedere passare Enzo.Una diecina di prigionieri facevano pressione su un palo che faceva leva per alzare una specie di cassaforte.“Un momento!” dissi, in quel modo non l’alzerete mai”.“E’ arrivato l’ingegnere!” disse qualcuno beffeggiandomi.“ Non sono ingegnere, però così non l’alzerete mai se non ponete al posto giusto quel grosso sasso sotto il palo”.Dopo poco il cassone fu sollevato di colpo. Nell’allegria generale un soldato teneva sollevata con una mano una bimba forse di due anni. Mi raccontarono che il giorno prima avevano tratto dalle macerie i cadaveri di due fratelli, della madre e del padre della bimba che era la sola sopravvissuta. La nostra missione era terminata. Mentre tutti si avviavano altrove, fui attratto dallo squarcio in un muro e mi avvicinai per guardare meglio.
Quella strada che poche ore prima mi aveva fatto pensare a una città morta, ora brulicava di gente che camminava svelta, spesso rivolgendomi un saluto. Se avessi avuto la possibilità di mischiarmi a quella folla sarei stato libero. Mi misi freneticamente in cerca di un paio di pantaloni che potessero coprire i miei sporchi mutandoni. Benché troppo larghi per me, mi servii di una cordicella come cintura. Mi mancavano le scarpe, ma non riuscii a trovarle fra le macerie.
Così conciato com’ero ero una fra i tanti di quella folla. Chiesi ad alcune donne se conoscessero il dottor Sindel; una di esse mi rispose di si, che l’avrei trovato in uno degli ospedali della città e mi indicò quello più vicino che era lì, sulla collina,dopo la piazza.
Quasi alla fine della interminabile scala maiolicata vi era una chiesetta dove entrai un po’ per pregare, un po’ per riposarmi. Una giovinetta con voce affannosa mi disse: “ Ti ho seguito per molto tempo e non fossi entrato qui non ti avrei raggiunto. E’ questo che voglio dirti: evita le strade della città, perché se ti vedono gli americani ti porteranno diritto al campo di concentramento”.
“ Sono scappato da uno dei loro campi perché cerco un mio amico: il dottor Sindel. Lo conosci?”
“ Tutti lo conoscono qui”.
“ E dov’è?”
“ E’ da molto che non si vede da queste parti”.
“ Sai dove abita?”
“ Non lo so. So che ha l’ambulatorio in una strada che incrocia la via principale, poco più giù della piazza”.
“ Grazie, e buona fortuna”.
“ Buona fortuna a te! Ricordati quello che ti ho detto”.
Dopo una corsa ansiosa mi trovai davanti alla porta dell’ambulatorio. Bussai senza speranza perché mostrava chiaramente che era stato abbandonato. Avvilito mi diedi a cercare l’altro ospedale che si trovava dalla parte opposta della città.
IX e X Capitolo
Un orologio lontano mi dette l'ora; le cinque del pomeriggio.La città si andava affollando perché quasi tutti tornavano nei loro rifugi di campagna per sfuggire ai bombardamenti notturni. I tedeschi non mollavano.Sulla strada, dove c'era un'ampia curva che si immetteva nella piazza, venivano verso di me tre uomini che parlavano tra loro: un capitano dei carabinieri, un ufficiale nordamericano ed un signore in borghese fra i due.Mi affrettai a procedere senza guardarli, con il viso spesso rivolto alle pareti delle case. Udivo le loro voci sempre più forti, e attesi ansioso il momento in cui ci saremmo trovati di spalle senza più il timore di essere notato. Improvvisamente udii una voce ben chiara.l'inconfondibile voce di Enzo Sindel. Mi volsi e gridai forte: " Enzo" e la voce rispose: "Olivo".Corse ad abbracciarmi e con visibile commozione mi diceva: vai a casa, c'è Wanda, io verrò tra poco. La mia casa è oltre quella strada sbarrata. Qualcuno te la saprà indicare. Corsi verso quell'indicazione, ma due soldati alleati, all'angolo mi richiamarono alla realtà. Era la ronda per i prigionieri. Mi mostrai disinvolto e mi accostai ad una fontana per bere. Ad attingere acqua trovai Wanda, della cui presenza non mi ero subito accorto. Di certo lei non mi aveva riconosciuto, ed io, senza parlare contemplavo, sorridendo, la sua bellezza. D'improvviso esclamò nel suo accento torinese: "Che guardi? Ho forse la faccia sporca? Pensa alla tua che è fatta per spaventare anche quelli lì", ed indicò i due soldati che stavano per voltare l'angolo."Wanda! Wanda.non ti spaventare, sono io, Olivo!".Fu un incontro commovente che lasciò nei nostri occhi lacrime di gioia.Dopo poco eravamo a casa. Con una doccia salutare mi risentii un redivivo, e, indossato un vestito di Enzo, apparvi a Wanda come un elegante gentiluomo.La vita famigliare dei Sindel si svolgeva in una vasta camera che fungeva da soggiorno, stanza da pranzo e cucina, e anche da ambulatorio, perché vi troneggiava una sedia da dentista. Nell'angolo dov'erano i fornelli, Wanda stava preparando la cena, mentre Enzo teneva tra le braccia Graziella, l'unica loro bambina, venuta al mondo da pochi mesi, che piangeva. Ad un tratto Enzo le disse: "Graziella su, non piangere, perché oggi è festa. Pensa, abbiamo con noi un ospite dai molti nomi: Rocco, Francesco, Olivo, Castracane degli Antelminelli!" E mi porse la piccola quasi potesse fare con me conoscenza diretta.Cenammo e, dopo essere andati con la memoria ai tempi trascorsi, ci augurammo la buona notte.Stavo per prendere sonno quando sentii Wanda gridare dalla sua stanza incitandoci a correre nel rifugio. Mentre lei con Graziella fra le braccia, era già per le scale. Alcuni giorni dopo, mentre ero nelle vicinanze della piazza, un cane mi si avvicinò e senza sapere il perché lo chiamai con il nome di un mio compagno d'armi : Flero.Con Flero, nuovo mio compagno, proseguii fino al campo dei prigionieri, spinto dal desiderio di dare a quei malcapitati notizie circa la loro sorte. Sapevo che le sentinelle mi avrebbero respinto, perciò scrissi su un biglietto ciò che avrei voluto dire a voce. Ne feci un batuffolo e lo lanciai nel campo. Come fu raccolto da uno dei prigionieri, questi dopo averlo spiegato e letto gridò: "Urrà! Fra poco saremo trasferiti in un campo qui vicino, dentro baracche nuove dotate di conforti necessari per una vita umana!"Mi affrettai a tornare a casa perchè nello stesso giorno saremmo andati ad abitare fuori città fino a quando i tedeschi non avessero rinunziato alle loro rappresaglie.All'imbrunire Wanda, Graziella, Enzo ed io eravamo già su un carro sul quale erano state caricate le nostre cose e partimmo. Passammo davanti alla casa di papà Ciccio che ci attendeva con suo figlio Giove e la bella Clotilde sopra un carro pieno zeppo di ogni cosa che ci seguì. All'uscita della città si accodò un altro carro con una giovane coppia, Goffredo ed Evelina e due donne molto giovani, Maria e Liliana, coetanee ed amiche di Wanda. Trascorse un'ora o poco più ed arrivammo alla nostra nuova dimora. Un viaggio senza inconvenienti, eccetto il putiferio provocato dalla fuga dal sacco del gatto di papà Ciccio, inseguito inutilmente da Pippo, il cane di Maria.La casa, tutta di pietra, costruita su un declivio, consisteva in due grandi stanzoni su due piani, l'inferiore destinato alle bestie e il superiore a noi. A notte inoltrata ci trovammo distesi sulla paglia sparsa sul pavimento: le donne da una parte, gli uomini dall'altra, schierati piedi contro piedi, delineando così uno stretto corridoio centrale che univa la porta al balcone. Anche qui vigeva il rigoroso ordine del coprifuoco, perciò l'ambiente era illuminato solamente dalla esigua luce del cielo semicoperto dalle nuvole. Quando una di queste si dileguò potei scorgere alcuni corpi rotolare, prima in un senso poi nell'altro, al ritmo del rauco russare non so di chi. Quelli non dormivano certo! O io sognavo? Trattenni il respiro per meglio udire; erano passi da gigante, strascicati su in soffitta: due o tre ad andare altrettanto a venire, seguiti da un affannoso respiro. Dopo una breve pausa il misterioso rumore si ripeteva.Per tutta la notte il mio sonno era stato turbato da quei passi che strisciavano in soffitta. Ero certo che si trattasse dello spirito di Don Pancrazio, il colono che aveva raccontato la "storia" di un fantasma vagante come una realtà incontestabile e tutti accettarono che anche Don Pancrazio fosse un altro ospite, e di tutto rispetto. Io, però non la pensavo così. La mattina seguente, finita la prima colazione, erano tutti partiti per la città, ad eccezione di Liliana, Graziella e Maria che stavano nell'orto. Con un palo battevo sistematicamente il soffitto per udire un suono diverso o un segno di vita lassù. Fu un lavoro inutile perché, oltre tutto, non vi era alcun accesso per raggiungere la soffitta a meno di non scoperchiare il tetto. Liliana ebbe bisogno di me per portare gli ortaggi in casa. Affidata Graziella a Maria, Liliana mi chiese, poi, di accompagnarla per meglio conoscere un po' della zona a monte.
1^puntata – XI Capitolo
Una notte sembrava che Don Pancrazio, lì sulla soffitta, volesse indispettirmi. Non potevo prendere sonno perché quello spirito molesto andava su e giù, tornava e ritornava coi suoi passi come pestandomi la testa.All’approssimarsi dell’alba, vidi qualcuno alzarsi, correre al balcone e, dopo aver orinato rumorosamente, tornare come se canticchiasse con un leggero fruscio di vesti. Sentii la mia testa fra due piedi mentre le mie mani toccarono una gonna. Mi parve che una voce mi chiamasse e nello stesso tempo vidi un’ombra raggiungere la porta e scomparire. La seguii. Fuori nel buio apparvero due punti mobili scintillanti: Flero era lì come per indicarmi qualcosa. Fu allora che vidi Maria, appiattita contro la parete, quasi volesse toccarmi. Poi scomparve; quel gioco mi piaceva perché divertiva anche lei. Seguii la sua ombra che saliva, giunsi fini all’arco delle rose e nella vasca vidi le sue vesti. La chiamai dicendole che non mi avrebbe sfuggita. Mi parve di sentirla vicina: mi girai di colpo, riuscii a prenderla per i capelli e lei si avvinghio al mio collo. Dopo poco la sentii cedere, languidamente.Un giorno corse voce che i tedeschi non avrebbero più bombardato la città e si sarebbero ritirati.Goffredo, Evelina, Maria e Liliana partivano, mentre gli altri andavano raccogliendo le loro cose. Io dissi a Wanda che sarei andato a Messina e da lì avrei raggiunto Roma. Wanda, con voce insolita, mi lanciò un imperioso “no”, e rimase in silenzio sino a quando rincasò Enzo al quale immediatamente disse: “Sai? Olivo vuole andarsene”. Anche Enzo disse di no, facendomi notare che nella penisola si combatteva ancora e che non appena avuta la certezza della definitiva ritirata dei tedeschi sarei potuto partire. Anzi, disse: “Partiremo tutti”.Trovai assennate le riflessioni di Enzo. Si, non era il momento migliore per andarsene.Quella notte la trascorsi cercando di capire dove i passi in soffitta si fermavano più lesti. Ai primi bagliori dell’alba mi fermai in un luogo da dove potevo vedere tutto il tetto della nostra casa. Attratto dal colore cangiante delle tegole per effetto del cielo sempre più luminoso, ne vidi alcune muoversi appena:”Perbacco”, dissi, “quelle tegole sono magiche!”Una grande ala grigiastra si fece strada fra i cotti rimossi, e via via che il tetto si ingobbiva per una spinta dal basso apparve lentamente un mastodontico uccellaccio. Lo vedi tentare un volo, poi un altro e, sempre con fatica, un altro ancora: finalmente riuscì a sollevarsi posandosi subito sulla gronda. Era visibilmente affaticato; ma dopo un poco spiccò il volo d’addio. Più che un volo fu un salto, perché raggiunse i rami più prossimi di un grande albero sottostante.Lo salutai con rispetto, gridando: “ Buon giorno, Don Pancrazio!” “ Dove sta? “, qualcuno domandò.E una voce: “ E’ li, su quell’albero”.Subito dopo echeggiarono due colpi di fucile ed il povero uccellaccio cadde come fosse uno straccio, quasi senza rumore. Pippo, Flero e Turco, i tre cani del villaggio, accorsero immediatamente, lo annusarono con riluttanza e se ne andarono. Io volsi le spalle al defunto Don Pancrazio, alla casa e all’arco di rose profumato in una visione ancora palpitante. Perchè tornare a dormire , ora, quando il mattino era tutto un presagio di delizie?
XIV Capitolo
Appena giunti sulla costiera calabra tra Reggio e Villa S. Giovanni, ci perdemmo in un intricato fogliame per trovarci poi sulla strada ferrata su cui camminavamo saltando da una traversina all’altra. Ad un tratto sentii il latrare disperato di un cane: Flero? Potevo mai sentirlo da questa riva? Non era possibile, “povero Flero!” dissi sconsolato ad alta voce. E Flero apparve, spossato ai miei piedi. “Flero! Flero!” esclamai pieno di gioia mentre il cane incominciò a saltarmi intorno, fermandosi ogni tanto guardandomi negli occhi. Con Flero usavo un linguaggio accompagnato a gesti con un tono di voce artificioso che sembrava più adatto al suo comprendonio. Quando gli dicevo che io ero povero, che non avevo niente da dargli, che andasse da un altro padrone, mi guardava come per dire che tutto ciò gli dispiaceva, e piano piano si allontanava. Poi tornava più morto di fame di prima, dimenando la coda come per invogliarmi ad accettarlo così com’era, incapace di procurarsi un po’ di cibo. A volte lo guardavo fisso e gli dicevo: “Sai? Tu sei un ragazzino, non una bestia, un ragazzino, poveretto, nato con le sembianze di un cane e che forse da un momento all’altro potrebbe anche parlare”.
Io e Flero precedevamo i tre amici della barca; Totto, Emyr e De Carlo.
Quando non sentii più i loro salti sulle traversine mi voltai indietro e li vidi distesi con le braccia aperte proni sui binari alla maniera degli indiani; essi ascoltavano sulle rotaie l’approssimarsi di un piccolo carrello che poi vedemmo venire lentamente pieno zeppo di gente. Quando ci fu vicino vi trovammo posto anche noi, e prima di raggiungere i resti di un ponte dove i binari erano precipitati, scendemmo e proseguimmo a piedi. Sorpassammo Bagnara e continuammo fino a Palmi dove ci fermammo. Sulla porta della Chiesa di San Giuseppe incidemmo i nostri nomi ed entrammo. Appena gli occhi si adattarono al buio potetti vedere tra i banchi disposti disordinatamente, gente che vi dormiva sopra e sotto, l’altare maggiore era occupato da un uomo e da una donna abbracciati e con un bambino al fianco. Emyr raggiunse l’altare vicino al pulpito di legno, facendoselo cedere per alcune lire da un soldato che vi dormiva; Totto occupò una panca e De Carlo si coricò sul fianco. Io salii sul pulpito per dormire indisturbato. Prima di rannicchiarmi diedi uno sguardo in giù e vidi Emyr togliere dal suo giubbotto delle cose impensate: una macchina fotografica, un binocolo, una lanterna, un paio di pantofole , un portafogli, una pistola e altri oggetti che non potetti distinguere; avvolse il tutto nel suo giubbotto, strinse quella specie di fagotto sotto l’ascella e si sdraiò soddisfatto. Di certo si addormentò rapidamente e profondamente perchè vidi De Carlo avvicinarsi, sottrargli la pistola e uscire dalla chiesa.
Mentalmente facevo il mio bravo sermone a quelli ammonticchiati sconciamente sul pavimento della casa del Cristo, a quei due giovani che fornicavano sull’altare maggiore, a quella donna che uscendo infilava tra le sue mammelle l’ultimo crocifisso d’argento, ai maledetti artefici invisibili di quel caos, ai sostenitori della pace in guerra e a me stesso.
Mi ero infuriato a tal punto che, con tono oratorio e ad alta voce, dissi: “Pur tuttavia…” Emyr si svegliò di soprassalto, palpeggiò il suo fagotto e gridò: “La pistola!...la pistola!” Qualcuno si mosse e il russare di molti prosegui.
All’alba erano quasi tutti svegli. Tra il rumore degli scanni rimossi uscimmo anche noi per riprendere il cammino. Emyr precedeva me e Flero e non tardai molto a perderlo di vista; ma poi lo incontrammo mentre parlava con una donna seduta dietro una bassa finestra. Non mi fermai per non importunarlo, ma Emyr mi fece segno di avvicinarmi perché ci avrebbe dato una tazza di caffè. Alquanto ristorati, potemmo proseguire per raggiungere Gioia Tauro, dopo aver superato gli ostacoli del fiume Petracce.
Sulla carrozzabile, dopo aver costeggiato Rossano e dopo il fiume Marepontano, diretto a Curinga, vidi dietro di noi una carrozzella che al nostro gesticolare si fermò: “Quaranta lire” disse il vetturino, questo è il prezzo”. Emyr pagò la somma e vi montammo. Dopo poco, però, alla prima salita il cavallo cominciò a sbandare come un ubriaco e subito si fermò. Malgrado le ripetute frustate del vetturino il cavallo non si mosse. Ci raggiunse intanto un camion; correndogli dietro finimmo per saltargli su assieme a Flero. Dopo un lungo percorso ad elevata velocità, il camion deviò per un viottolo in discesa nel senso contrario al nostro cammino. Gridammo vanamente al soldato di fermarsi, ma questi non ci diede ascolto. Uno ad uno ci lanciammo a terra, senza un lamento per la caduta.
In silenzio ripercorremmo il viottolo in salita e ci trovammo in mezzo ad un campo desolato, che era già buio, per cui ritenemmo conveniente trascorrervi la notte.
Il fieno sparso qua e là mi suggerì l’idea di proteggermi con esso; dopo aver accumulato una certa quantità, sedetti a terra e incominciai a tirarmelo addosso fino a ricoprirmi anche la testa lasciando ingegnosamente un buco all’altezza della bocca in modo da poter respirare. Era ancora buio quando mi svegliai; nel liberarmi dal fieno una cortina di vapore azzurrognolo mi avvolse come un saluto del giorno che già avanzava splendido. Ma gli altri dov’erano?
I tre coni di fieno poco lontano da me mi fecero capire che Totto, Emyr e De Carlo avevano costruito anche loro un morbido dormitorio: Li svegliai e fummo tutti lieti di avere trascorso una buona notte ben riposati mentre il cielo terso ci prometteva una giornata piena di luce unitamente a Flero che faceva lunghi giri intorno a noi abbaiando.
XV Capitolo
Verso Monte Castelluzzo, camminando con fatica, prima costeggiando la ferrovia e poi le strade campestri, ci ritrovammo in un viottolo che ci condusse in una vigna dove potemmo dissetarci e sfamarci con l’uva croccante e succosa. Legammo dei grappoli con i tralci delle viti stesse e, messili a tracolla, li andavamo mangiando lungo il ripidissimo cammino verso il paese. Il sole era alto e il caldo ci costrinse a disfarci degli indumenti. Sfiniti, ci sedemmo là dove le gambe cedettero.“Acqua!...acqua…acqua”, Totto gridava e un minuto dopo era immerso con la testa in un laghetto di acqua cristallina.Quella fresca sorgente era solo a pochi passi da noi e non l’avevamo vista!Ripreso il sentiero, ci fermammo in circolo e senza dire una parola tornammo verso quell’acqua per bere ancora una volta, prolungatamente. Flero, per farci contenti, dette qualche linguata e scappò verso il sentiero.Era quasi notte quando entrammo nella stazione di Decollatura. Un treno con due carrozze ci condusse a Soneria Mannella; percorreva solo quel breve tratto di andata e ritorno solo quando il macchinista non era occupato a meglio lustrare la macchina. Eravamo in cammino dall’alba, e l’orologio della stazione segnava le otto e venti della sera. Desideravamo fermarci e pensammo di andare a trascorrere la notte in un vagone che sostava su un binario morto. Quando ci avvicinammo notammo con sbigottimento che quel vagone era gremito di gente di ogni età. Emyr facendo da cuneo, scavalcava cose e corpi, cercava di calmare le ire dei più riottosi con alcune lire (che importava? Tanto erano false) senza riuscire a proseguire. Poi sedette vicino ad un vecchio coperto da un mantello e ad una giovane donna che i vicini chiamavano Stella. Nonostante fosse notte, si riusciva ancora a vedere e potemmo, con molta buona volontà, accucciarci alla meglio.Nell’oscurità della notte io cominciai a spingere Emyr inavvertitamente fino ad occupare il suo posto, e mi trovai così vicino a Stella la quale sembrava mi attendesse.Io e Stella, che non avevamo dormito tutta la notte, uscimmo dal vagone quando tutti già avevano ripreso il cammino. Passammo vicino a Cosenza, poi a Montalto. In un campo di genieri ci rifocillammo con brodo e gallette sempre attenti se Emyr e De Carlo comparissero da qualche parte. Presso Mongrassano ci avvicinammo ad un reticolato di prigionieri, ricevemmo altre gallette e trascorremmo la notte lì vicino; io e Stella sopra un grosso carro e Flero al di sotto, Totto ed altri due soldati su un altro. La mattina seguente, appena svegliati, venne da noi una donna che ci donò una scodella di patate bollite scusandosi di non aver altro da darci. Riprendemmo il cammino verso Sibari e da li sempre a piedi lungo la strada ferrata, in direzione di Trebisacce.Improvvisamente apparvero dei soldati italiani che si dirigevano verso Sud-Est. Erano tanti e sembrava che sbucassero dalla terra. La maggior parte di essi veniva in senso contrario al nostro; erano gli sbandati che provenivano dal Nord cercando una salvezza che non c’era, ignari di andare ad annegarsi nel golfo di Taranto. Il gruppo diventa una folla che noi cerchiamo di trattenere inutilmente. Totto e Flero si sperdono in quella massa ondeggiante mentre io e Stella cerchiamo un punto dove non possiamo essere travolti. Intanto il cielo si annuvolava fino a diventare nero, poi siamo investiti da violenti scrosci d’acqua mentre il brontolio dei tuoni segue lo zigzagare dei fulmini.E quei soldati?Quando il temporale tende a cessare, i soldati a gruppi, riprendono il loro disperato cammino verso Sud.
Segue : XVI Capitolo
Si ode il fischio prolungato di un treno, ma è solo una macchina a vapore. Eccola che avanza mentre la massa umana, tornata nuovamente sulla strada ferrata si apre in due per lasciarla passare. Qualcuno aiuta Stella a salire sulla macchina e quando è su, mi sventola il suo fazzoletto mentre io corro dietro la vaporiera che si allontana sempre di più. Corro più veloce, ma sfinito non vedo che nero. Poi solo intravedo piccoli squarci di bianco in un cielo nero; la risa degli affumicati. Sempre barcollando corro. La macchina rallenta la sua corsa. Sto quasi per toccarla ma i miei occhi non riescono a vedere, ed il mio capo si piega di più. A mani tese imploro il cielo, Uno di quei neri, un negro, prende le mie mani, mi trascina e mi fa penetrare nel grappolo umano.
Con i binari sgombri dalla gente, la macchina procede veloce, ma ad una salita rallenta e quasi si ferma. Scendiamo tutti. Noi uomini a passo veloce ci schieriamo parallelamente ai binari, tutti rivolti a valle, mentre le donne corrono al lato opposto e si perdono tra i cespugli. Esauditi i nostri bisogni corporali raggiungiamo la macchina, che appena accenna a riprendere la corsa ci sollecita con un fischio a salire. Dopo vari rallentamenti e rincorsi arriviamo a Trebisacce.
Gironzoliamo intorno alle poche case li vicino come gatti in cerca di topi; un uomo vuole sapere da dove veniamo e chiede perché siamo tutti così neri mentre ci indica una fontana dove lavarci.
Il nostro macchinista ci fece strada verso una bettola, lì un uomo sulla sessantina restò sbigottito nel vedere tante persone. Implorante ci disse: “non mi fate danno, per l’amori di Dio: frugate e mangiate”.
Ciò che potemmo trovare servì solo a farci sentire più fame. Quella non era una bettola, e di certo il macchinista doveva essere un nemico di quell’uomo.
Tornati alla stazione, un treno merci in attesa di partire per Rocca Imperiale e già carico di gente ci servì per proseguire il viaggio: Quel treno procedeva tanto piano che alle volte io e Stella scendevamo per sgranchirci le gambe, ci volle, forse, un paio di giorni per arrivare a Rocca Imperiale da dove il treno non ripartì.
Parte della gente scese per proseguire a piedi, altri rimasero sui vagoni per dormirvi. Alle cinque della mattina seguente ci svegliammo per riprendere a camminare assieme ad altri soldati lungo la strada ferrata verso Metaponto. Stella di tanto in tanto si fermava, si toglieva le scarpe, si massaggiava i piedi indolenziti e riprendeva il cammino sempre più lentamente.
Eravamo sul terreno melmoso della riva del Basento quando all’improvviso fui preso da forti dolori provocati dalla ingestione di pomodori incolti che avevo raccolto nei campi.
Supplicai Stella di continuare il cammino promettendole che l’avrei raggiunta, lei rispose che sarebbe rimasta al mio lato. “Ad ogni costo”, ricalcò. Ma poiché desideravo che non assistesse ai miei lamenti e allo sconcio modo di rivoltolarmi, le dissi gridando e in modo sgarbato di andarsene. Stella si allontanò piangendo. Dopo la vidi affacciata al parapetto del ponte.
Ai dolori sopravvenne la febbre: Volsi lo sguardo dove avevo visto affacciarsi Stella, volevo chiamarla, ma solo vedevo tante facce strane tutte rivolte sul letto del fiume.
Ovunque vi erano orme dei miei passi e quelle ancora intatte di Stella. Ricordai: lei aveva affondato i suoi piedi in quel terreno melmoso rimanendo immobile. Era molto bagnata, tutta nuda, come me; io l’asciugavo con la palma di una mano e al sollevarle la chioma non potetti resistere al desiderio di baciarle la nuca.
“Che bello!...baciami ancora”, disse lei col suo tono di voce dolce e sottile: Tornai a baciare la sua candida nuca e lei continuò “Che deliziosa sensazione!”. Dopo l’accarezzai, le diedi un bacio sulla fronte e mi scostai. Volevo vederla nella pienezza della sua nudità sotto quel cielo fortemente blu. Lei intuì il mio desiderio e per compiacermi sorrise rimanendo immobile. In quella quiete insolita che veniva interrotta solo dai colpi di fucile velati e lontani, mi dava la sensazione di vedere sorgere, all’unisono dello scroscio delle acque del Basento, Stella, come statua eterea di donna stupenda: “ La Venere del Basento”. Ma il barbaglio del ciuffo dei peli nel monticello di Venere, mi riportò alla realtà; era come se maliziosamente fosse stato acconciato chissà da quale mano diabolica: nerissimo e folto, si spandeva a mo di fiaccola, una fiaccola nera, mi viene in mente di dire, si perché il rosso della pelle appariva, in quel punto, luminoso.
Frattanto lei era venuta a me, mi teneva stretto stretto baciandomi. In un dato momento mandò un grido; pensai che per un mio atto, forse bestiale dovetti farle del male, ma poi al sentirle dire in un nuovo tono di voce: “E’ delizioso”, mi tranquillizzai e non desistetti dalla mia intenzione. Con lo sguardo cercavo un posticino accogliente; ma niente. Allora calai le mani fino alla cintura di lei, la strinsi come fra due morse, mi abbandonai all’indietro abbassandomi un po’ e….poi, le frenetiche pressioni di Stella mi indussero man mano ad abbassarmi sempre di più e la mia schiena toccò il suolo melmoso nel giusto istante che raggiungemmo il pieno godimento.
XVII Capitolo
Tornai sulla strada ferrata, ma ebbi l’impressione di non trovarmi sulla strada giusta. I soldati provenienti da Est raccomandavano di non proseguire in quella direzione perché, dicevano, saremmo stati presi; Badoglio aveva bisogno di uomini ed i carabinieri catturavano gli sbandati affamati, sfiniti, malconci o infermi. Quelli che venivano dal Sud erano ostinati a continuare il loro itinerario a qualunque costo, e quelli provenienti dal Nord dicevano di essere sfuggiti alla morte ad ogni istante. Nel frattempo giunse dal Sud un lunghissimo treno che si fermò solo per un momento e ne scese una grande quantità di soldati italiani. Corsi dietro quel treno, senza poterlo raggiungere: Un soldato mi consolò dicendomi: “Sei fortunato se non l’hai preso”.“Perché?” risposi.“Perché quei poveracci sono destinati ad essere trucidati; a Metaponto saranno tutti catturati, Badoglio darà loro un nuovo paio di scarpe e li manderà a morire”.La febbre era salita di nuovo; tornai sulla via del fiume solo per bagnarmi le tempie e rimasi sul greto tutta la notte delirando. Quando mi svegliai non riuscii a ricordare ciò che era accaduto il giorno precedente. Mi incamminai alla volta di Metaponto e non vedendo Stella mi parve di ricordare il pericolo di essere catturato dai carabinieri. Questi erano ovunque: dietro i carri ferroviari, sotto, sopra, uscivano ed entravano nei vagoni in sosta, lesti nel consegnare gli uomini ad altri carabinieri che, ordinati in fila, li conducevano oltre la stazione per introdurli in uno dei tre vagoni in sosta. Anch’io ero con loro.A sera avanzata, quei vagoni stavano ancora fermi; carabinieri e soldati, stanchi, sonnecchiavano. Verso mezzanotte sentii il rumore stridente di un treno che si fermava sui binari paralleli ai nostri. Io vi saltai su, proprio nel momento in cui riprendeva la marcia. Dopo un chilometro circa, il convoglio si fermò: davanti alla macchina c’erano seguaci di Badoglio. Attraversai tutti i vagoni all’indietro, discesi precipitosamente dall’ultimo e, strisciando, raggiunsi alcuni cespugli. Non so quanto tempo stetti nascosto. Quando sentii che il treno si era mosso, mi incamminai lungo una strada campestre finche non raggiunsi Taranto. Qui sembrava tutto normale. Il fumo di una locomotiva mi fece correre decisamente verso la stazione: avrei preso quel treno proveniente dal Sud. Entrai nella sala d’aspetto di prima classe, mi guardai nello specchio studiando gli atteggiamenti da assumere per apparire disinvolto, vidi un berretto rosso da capostazione, che era lì sul tavolo, lo misi sotto il braccio ed andai poi a lavarmi, mentre il treno arrivava in stazione. Con calma salii su una carrozza di prima classe, poi raggiunsi uno scompartimento di seconda dove erano seduti comodamente alcuni viaggiatori. Non temevo più niente, mi sentivo sicuro come al tempo in cui ero al Ministero delle Comunicazioni e andavo in missione al Brennero, a Messina o a Venezia. Avevo ancora con me la tessera di ferroviere.Un carabiniere sporse la testa dalla porta dello scompartimento e chiese ad ognuno la propria destinazione. Gli fu risposto che era Brindisi. Io, però, dovevo proseguire per il Nord, mi accinsi a scendere; ma quando mi trovai sul predellino vidi avanzare i cacciatori di uomini, tornai al mio posto e lasciai cadere il berretto rosso dal finestrino.Durante il percorso il controllore mi chiese il biglietto; gli dissi di aver lasciato i miei bagagli al capostazione di Taranto dove si trovava anche il portafogli con il biglietto di servizio.“Di servizio?...Sei ferroviere?”, disse il controllore.“Si, della Sezione lavori”.“Hai la tessera?”Gliela mostrai ed egli, dopo averla osservata, si scusò con modi garbati. Intanto cominciavo a rendermi conto dell’impossibilità di raggiungere Roma. Da un momento all’altro avrebbero potuto acciuffarmi. I carabinieri non chiedevano tessere; guardavano solo le scarpe e, se queste erano militari, anche se calzate da un distinto signore in smoking, prelevavano il malcapitato: E pensare che tra poco sarei rimasto a piedi nudi perché le scarpe da tempo avevano le suole bucate: Avevo paura, però, che andando verso Nord, il meditato programma del mio itinerario non l’avrei potuto attuare.
XVIII Capitolo
Giunto a Brindisi mi risuonò nelle orecchie, come eco, una voce che ripeteva: “Per Lecce si cambia”. Affiorarono alla mia mente storie dei nostri avi narrate dalla nonna, storie che ricordavano i tanti suoi figli sparsi per il mondo, elogiando in particolare le doti di una sua figlia sposata con un farmacista, che viveva proprio presso Lecce.Ad una donna che stava alla mia sinistra chiesi se fosse di San Cesario. Mi rispose di no, indicandomi uno dei signori che avevo di fronte, disse :” Mio marito è di San Cesario”.Domandai a quel signore se conoscesse la famiglia Fuso; mi rispose che i Fuso stavano a S. Pietro in Lama. Il treno intanto, si era fermato alla stazione di Lecce, stavamo per scendere quando quel signore mi consigliò di chiedere di Donna Annina Castracane e non già di Fuso perché questo era il cognome del defunto marito di mia zia.Secondo le indicazioni ricevute mi incamminai verso S. Pietro in Lama. Faceva caldo ed i miei piedi ormai non resistevano più: mi tolsi le scarpe e me le misi a tracolla. Davanti a me, su un terreno piatto e desolato, apparvero file di case basse ed allineate la cui prospettiva confluiva in un’unica casa sul cui asse si apriva il portone d’ingresso. Più che una strada, sembrava una scenografia: mi ci avvicinai, voltai a destra verso una stradicciola non intravista prima,ma anch’essa fiancheggiata da case appiattite, sul cui fondo una grande porta chiusa da una saracinesca aveva al di sopra una scritta: “Farmacia”.Ero stanco, ma una forza interiore mi teneva su, come in attesa di qualcosa che doveva avvenire. A lato della saracinesca c’era una porta anch’essa chiusa. Bussai invano. Sedetti su uno scalino con la speranza che qualcuno apparisse. Dopo circa un’ora vidi che un ragazzino stava venendo verso di me. Quando mi fu vicino mi chiese se fossi malato e che se avessi avuto bisogno di medicine la farmacia quel giorno era chiusa.Qualche altro, più tardi, mi fece la stessa domanda, e mi resi conto che della guerra sapevano poco o niente; erano però a conoscenza che molti soldati italiani erano rinchiusi in un fabbricato lì vicino senza conoscerne il perché.Un uomo mi disse: “Hai bussato?”, e nello stesso tempo picchiò alla porta chiamando: Donna Annina, Donna Annina!”. “Chi c’è?”, rispose dall’interno una voce di donna. L’uomo continuò: E’ qui tuo nipote, Olivo, il figlio di Don Pietro, viene dalla Sicilia!”Mia zia rispose un “già” prolungato.Stessi molto tempo ad aspettare con gli occhi fissi alla porta, poi mi decisi a bussare di nuovo.“Aspetta…Aspetta!” Mi fu risposto.Finalmente l’uscio si aprì, ed apparve una donna alta, dal portamento dignitoso: diedi un rapido sguardo in giro mentre tutti si inchinarono come al cospetto di una regina, trascurando completamente me. I suoi occhi si fermarono,poi, sui miei piedi scalzi e sui miei pantaloni laceri e sporchi, osservando anche le mie mani che tremavano. Mi avvicinai per varcare la soglia col palese desiderio di abbracciarla, ma lei mi trattenne, avanzando con il palmo della mano.“Cosa vuoi?” mi disse in tono perentorio.Non risposi. Sentii un brivido freddo percorrere il mio corpo e dovetti sedere sul gradino perché le gambe non mi reggevano. Dietro le mie spalle la sentii dire: “Tu e tu”. Ai due ragazzi che si avvicinavano ordinò: “Accompagnatelo da Lorenzo”.Dopo circa due ore di cammino uno dei due ragazzi mi disse: “ E’ quella la casa”, e se ne andarono.Fatti pochi passi mi trovai di fronte al cancello d’ingresso di un campo che mostrava di essere curato da mani esperte. Dentro un gruppo di alberi, a sinistra c’era una casa di due piani dall’aspetto padronale; a destra, non molto distante, l’abitazione del colono e molto lontano, in fondo, si poteva scorgere un fabbricato lungo e basso che si perdeva tra il verde di un prato immenso.Il cancello era completamente aperto, ma io non entrai; seguii la corsa di due cani che venivano verso di me, e quando, giunti al cancello, si fermarono arrivò il colono Oronzo che mi condusse nella casa a due piani, dove c’erano le mie cugine.
XX Capitolo 1^ puntata
Nella trattoria Adua mi guadagnai un piatto di ceci e nelle ultime case di San Severo mi venne offerto alloggio in un fienile. Ricevetti anche due chili di maccheroni: presto o tardi li avrei cucinati. La mattina seguente mi avviai verso San Paolo di Civitate. Molto prima del paese mi imbattei in molti traini, ognuno tirato da due cavalli, salii sul primo che mi capitò e attraversammo San Paolo per continuare verso Serracapriola, lieti che presto avremmo oltrepassato il fiume Fortore. I carrettieri conoscevano bene quei luoghi. Improvvisamente la polizia militare inglese ci sbarrò la strada perché l’unico ponte improvvisato serviva solo per le truppe alleate. Percorremmo la riva del fiume per trovare un luogo dove guadarlo. Il cammino era faticoso perché i carri affondavano nel fango mentre la notte avanzava. Ad un tratto i carrettieri gridarono convulsamente tutti insieme mentre i nove carri entravano nell’acqua. Otto di essi riuscirono a raggiungere l’altra sponda, ma uno era rimasto bloccato in mezzo al fiume con i due cavalli che quasi affogavano e con l’uomo che gridava disperatamente. Gli otto carrettieri staccarono un cavallo dal proprio traino e corsero in aiuto del collega in difficoltà. Prima liberarono i quadrupedi dal peso del carro;poi, dopo aver posto in fila indiana tutti i cavalli, tirarono il carro impantanato sull’altra sponda.Costeggiando il fiume arrivammo alla rotabile e percorrendo questa fino a Serracapriola. Il paese era diventato importante per lo smistamento degli sbandati, per cui si era formato spontaneamente un centro di commercio. Si accettavano pagamenti in lire o in oggetti di valore. In una casa lì vicino una donna cucinò i miei maccheroni che mangiai insieme ad altri due soldati. Dopo di che andammo in giro tra la folla per meglio informarci su quanto poteva interessarci.La maggior parte dei soldati provenienti dalla Sicilia cercava affannosamente un alloggio senza riuscire a trovarlo. Alcune catapecchie ostentavano un cartello con la dicitura “completo”, per cui decidemmo di andare verso la campagna dove, forse, avremmo trovato il modo di proteggerci dalle intemperie e rimanere indisturbati. Non facemmo molta strada che vedemmo sopra di una porta sgangherata una scritta in bianco di calce che diceva: “Lire 2 la notte”. Entrammo. Un uomo seduto presso la porta riceveva il denaro e faceva proseguire i soldati in una grande stalla di forma irregolare con una mangiatoia sistemata sulla parte di maggior lunghezza. Non era possibile sdraiarci tanto era la ressa. Pensai che nella mangiatoia avremmo trovato posto; ma mentre ci accingevamo a salire un vecchio ci disse: “cinque lire a testa”. Pagammo in silenzio le cinque lire ed ognuno di noi ebbe il modo di coricarsi sul fieno.Era impossibile dormire perché sentivo continuamente un batter di mani seguito da una voce di donna che diceva: “presto ragazze”. Incuriosito volli osservare che cosa succedesse, e vidi, nell’angolo dove terminava la mangiatoia, un rustico arco di pietra il cui vano era chiuso da una tenda. Davanti c’erano molti soldati disposti in fila in pazienta attesa. Quando la cortina si sollevò un poco, per fare entrare il primo della fila, notai una donna corpulenta seduta come in trono, col viso sporco di bianco e di rosso. Ogni volta che un soldato entrava chiamava le ragazze con un nome di città: Milano, Venezia, Verona, Firenze, Bologna: e quelle meretrici apparivano con vesti svolazzanti, sollevandole con le due mani fino al pube.Ero finalmente il primo della fila e stavo già col muso sulla cortina sgualcita che puzzava di letame quando mi sentii dire: “Avanti giovanotto…viene Venezia”. Entrai; ma non era Venezia che desideravo. Mi avvicinai alla matrona che mi aveva seguito con lo sguardo e che ormai mi fissava con i suoi occhi di gatto; dopo aver rigettato verso di me una boccata di fumo del suo toscano mi disse: “Perché, come la vuoi? Con i libri sotto il braccio?”. E gridò di nuovo “Venezia”. La ragazza sollevò appena la cortina, fece entrare il primo della fila e con questi si allontanò nel fondo della stanza.

2^ puntata XX Capitolo
La matrona che non cessava di ripetere “presto ragazze” scomparve per una porta a destra e tornò subito dicendo: “Ecco Bologna!” apparve una giovane dal corpo armonioso, indossava una corta camicia di cui subito si liberò e venne a piantarsi vicinissimo a me. Mi guardava fisso e senza muoversi, mi diceva non so che cosa, ma io non le prestavo orecchio perché aspettavo un’altra giovane che si chiamava Firenze e che avevo intravista dalla mangiatoia quando la matrona la chiamava. Firenze mi aveva richiamato alla mente Stella senza sapermi spiegare il perché.Dopo alcuni minuti udii una giovane voce squillante dire:” Eccomi sono Firenze!...”Firenze avanzava tenendo in alto con una mano la sua gonna decorata di fiori e si dirigeva verso di me.“Andiamo” le dissi senza esitare guardando le sue gambe slanciate, ed entrammo in un ambiente buio: “Non muoverti!” mi disse la giovane, e mi prese per mano mentre io avevo la sensazione di camminare su dei grandi lastroni di ardesia. Riuscii a vedere qualcosa in alto: nel centro d’un tendone di circo si vedeva una macchia fosforescente. Potei raccapezzarmi della posizione dei luoghi; in fondo al grande locale dalla lunga mangiatoia vi era un ambiente destinato alla matrona; da questo, attraverso una porta, si entrava sotto una grande tenda da circo installata nella piazza del luogo. La faccia esterna della tenda era stata dipinta di scuro, così mi confidò Firenze, perché non trapelasse la luce.Cominciai a guardare intorno: a terra vi erano tanti pouf amplissimi di color rosa aventi da un lato due cuscini che sembravano stranamente di vetro. Dei corni giganti intrecciati tra loro e conficcati nel pavimento servivano a nascondere alla vista un pouf dall’altro; c’erano molti specchi in cui ci si poteva vedere anche stando sdraiati. Una corda sottile sosteneva una bella gabbia a forma di guglia gotica, in cui era un uccello che, di tanto in tanto, mandava una specie di fischio rauco. Chiesi a Firenze se fosse stanca. Mi rispose di no e mi confermò che il suo nome era quello della città in cui era nata.Aveva la pelle di color viola tenue ed i capelli di un biondo chiaro. I suoi grandi occhi azzurri avevano dei riflessi tendenti al verde. Alle mie domande rispondeva che aveva fretta; ma lo diceva con garbo. La pregai di allontanarsi di qualche passo. Cominciai ad immaginarmi l’acqua del fiume Basento. Mi avvicinai a Firenze, le sollevai appena la sua chioma; stavo per baciarle la nuca, quando lei guardando il suo orgoglio mi disse: “ Ci restano pochi minuti”. Ebbi uno scatto di rabbia e sentii la ripugnanza di me stesso al pensare che stavo per profanare la memoria d’un grande amore.“Usciamo di qui…andiamo” le dissi bruscamente.Mentre lei mi precedeva a grandi passi per dirigersi verso il primo della fila, io mi incontrai viso a viso con Verona.Verona era una mulatta, mingherlina e insignificante dal sorriso e dallo sguardo triste. Di tanto in tanto dava delle palmate sul suo ventre gonfio.“Sei contenta?” le chiesi.“Contentissima”, rispose. “Sarà un maschietto”.Come si può essere contenti in un postribolo e in quello stato? “Sono contento anch’io!” gridai,” andiamo Verona”:La presi per il braccio: Mi sembrò che voci lontane provenienti dalla riva di un fiume acconsentissero alla mia decisione. Mi parve, che dopo aver navigato in un mare tempestoso stavo per trovare un rifugio in una tetra insenatura. Tornai alla mangiatoia e affondai nel soffice ed odoroso fieno provando un benessere ed un senso di pace.La mattina seguente ripresi il cammino di sbandato verso il nord.
XXI Capitolo
Dopo aver percorso una strada in salita fiancheggiata da grossi alberi notai che stavo per giungere a Larino. Vidi un uomo che avanzava verso di me con portamento eretto e dal vestito impeccabile. Pensai che fosse un professionista della città: ma quando mi fu vicino osservai che le sue mani erano quelle di un operaio che aveva il viso sofferente. Era giovane, forse della mia stessa età, e proseguiva guardandomi fissamente. Quando si trovò a pochi passi da me lo vidi aggrottare le sopracciglie, arricciare il naso ed assumere l’atteggiamento di chi vuol ricordare qualcosa. Sarebbe venuto a cozzare contro di me se io,proprio in quel momento, non avessi alzato in tempo le mani in un gesto che egli dovette interpretare come segno di abbraccio. Esclamò: “Gennarì! Gennarì! Da dove vieni?”
“ E tu cosa fai qui?” risposi, pur non avendo mai visto quell’uomo prima di allora.
“Sono sfollato qui da molti mesi…” Poi cominciò a raccontarmi una lunga storia di ricordi, di scorribande giovanili per le vie di Ischia, paese che io non conoscevo, di biricchinate fatte da me, cioè da Gennarì, suo amico, fin dall’infanzia. Eravamo arrivati in una strdicciola del centro di Larino quando si fermò davanti ad una porta e chiamò: “Tina”, e dopo avermi data la precedenza per farmi entrare, continuò: “Tina, qui c’è Gennarino”. Io non sapevo se entrare o andarmene.
La stanza dove entrammo era appena elevata di un gradino rispetto alla strada. L’unica fonte luminosa era la porta. La donna era a letto in un angolo pressoché buio e mi chiedeva incessantemente notizie di Rosina, la moglie di Gennarino. Io non sapevo cosa rispondere né come giustificare l’equivoco di suo marito. Ad un tratto la donna cessò di parlare e rimase guardandomi pensierosa.
“ Però Gennarì…come sei cambiato!” disse alla fine.
Risposi senza titubare. “Sono state le sofferenze di questi ultimi anni”.
Lei continuò: “Sei diventato più guappo!”.
Io mi sentii, ormai, l’amico di Giggino e di Tina, la quale giaceva in quel letto da un mese, senza che si sapesse la natura del suo male.
Giggino mi trovò un alloggio in un ospizio per vecchi dove cinque suore erano dedicate all’assistenza di una ventina di anziani. Suor Clotilde la più giovane, ci serviva un caffè quando eravamo ancora a letto. Non era molto bella ma aveva le mani delicate e snelle, ed io volevo trovare il modo di osservarle a lungo. Una mattina, prestissimo, mentre tutti dormivano, andai in cucina dove prendeva in pace il suo caffè seduta al tavolo centrale. La salutai e mi sedetti di fronte a lei. Dopo poche parole di elogio al suo diligente lavoro dissi: “Suor Clotilde, è vero che è peccato praticare la chiromanzia?”
Lei rispose: “Chi lo dice? E’ uno studio come tanti. Forse tu conosci questa scienza?”
“Perfettamente”, dissi mentendo: non avendo mai letto un libro sulla chiromanzia, né sapevo che questa fosse una scienza.
“Dicono che la mia mano sia illeggibile. E’ vero?” e nello stesso tempo Suor Clotilde mi tese la mano sinistra che io presi fra le mie. Era come toccare la porcellana, fredda e liscia, ed io la osservavo come per leggervi chi sa che cosa. Mi disse: “Allora è vero che è illeggibile?”
“E’ più che leggibile; è necessario però, lo studio profondo di una linea che è molto intricata e di capitale importanza” e la guardai furtivamente negli occhi, notandola molto preoccupata. Continuai: “Adesso la linea appare di una chiarezza sorprendente; e vedo in essa tormento passato e felicità futura”.
“Felicità futura! Imminente?” chiese lei, e continuò: “sarà quest’anno?”
Trattenni lo sguardo su l’una e l’altra mano e dissi: “Forse!”.
Il giorno seguente mi chiamò la Superiora e mi disse secca: “Tenente, domani tornerà l’uomo che doveva morire. Dovrà lasciare il suo letto”.
Larino, città ricca e generosa, aveva accolto molti sfollati, forse troppi perché adesso pativano la fame.
Per gli sbandati, comunque, vi era sempre una grossa pagnotta di pane che veniva distribuita immancabilmente ogni giorno e, per quelli che desideravano pernottare un portico ben protetto era un buon luogo per starci. Non mi rimase che andarvi.
Capitolo XXII – 1^ puntata
Durante il giorno mi recavo più volte a casa di Giggino che, malgrado fosse sempre più preoccupato per le sue condizioni economiche, era generoso con me.
Appena io entravo egli rovistava tutti i cassetti per tirare fuori fin l’ultimo tozzo di pane. Lo sminuzzava, lo bagnava in una scodella d’acqua, lo disponeva poi in un piatto con dei pezzi di pomodoro, poche gocce di olio, un po’ di sale ed abbondante erba aromatica. “Mangia”, mi diceva, “perché noi abbiamo già fatto il nostro pranzo”. Dopo aver svuotato il piatto avevo più appetito di prima, e pensavo con accoramento alle privazioni di Tina e Giggi. Fu questo che mi spinse a maturare un’idea. Dissi: “presto mangeremo meglio di quando eravamo a Ischia”. “Presto! Presto! Gennarì, non perdere tempo”. Supplicò Tina.
“Dammi la mano”, le dissi.
“Sai leggere la mano?”
“ Si, sono chiromante”.
“Siamo salvi!” gridò Giggino. E come impazzito fece tre o quattro giri intorno a se stesso fregandosi le mani: poi uscì di corsa per tornare dopo un poco con due giovanette.
“ Senti Gennarì” cominciò. Io lo interruppi: “Chiamami Ciccillo”. Dopo un attimo di perplessità continuò: “ Come tu vuoi…Ciccillo. Queste due signorine vogliono che tu legga loro la mano”.
“ Giggino”, osservai, “la chiromanzia è una scienza seria”. “Ebbene, queste signorine sono serie, io le conosco”. Non voglio dire che esse non siano serie, ciò che voglio dire è che questa scienza richiese una profonda concentrazione e la presenza di più persone distrae. Se le signorine credono, questa sera io andrò in casa loro”.
La sera infatti, ero nella casa di quelle due sorelle che si premurarono, l’indomani, di portare a Tina circa tre chili di farina, un po’ di fagioli ed una bottiglia d’olio.
Venne la volta di una loro amica il cui marito era in carcere: voleva sapere se presto sarebbe uscito. Io mi affrettai a darle la buona nuova: “Dipende dissi solennemente, “ da un piccolo ostacolo che potrebbe anche ingigantirsi, però se ciò non dovesse accadere il ritorno a casa è già assicurato. Lo leggo nella tua mano”. La donna si alzò dalla sedia, mi diede venti lire e mi sorrise. “Basta”, disse “ora so quello che volevo sapere”.
Dopo qualche giorno alloggiavo in un comodo albergo della città. Una vecchia signora nella periferia aveva messo a mia disposizione una stanza della sua casa perché ricevessi i miei clienti ed annotava l’orario in cui potevo riceverli.
Non appena si sedevano di fronte a me mettevano la mano sinistra sul tavolo, e, senza essere interrogati, manifestavano i loro problemi: amanti tradite o che tradivano, spese che ingannavano il proprio marito, nubili incinte, donne con figli che disconoscevano il vero padre, altre che si erano sposate per strani motivi. La casa di Giggino si riempiva di ogni ben di Dio.
Capitolo XXII – 2^ puntata
La guerra era ferma proprio nei territori a nord di Larino. Abbandonare la città per proseguire sarebbe stato impossibile, sicché continuavo ad adoperarmi con la mia magia perché quella gente aveva bisogno di raccontare le proprie pene a qualcuno; meglio se questi era uno sconosciuto.
Una volta una signora entrò con un pappagallo. Le feci osservare che non era consigliabile far presenziare quel volatile al nostro colloquio perché avrebbe certo ripetuto ciò che ascoltava. Lei mi rispose che era venuta proprio per il pappagallo perché non parlava da quindici giorni. Quello del chiromante è un mestiere molto semplice quando non si complica con la superstizione; ma finisce per diventare pericoloso quando accorrono infermi che vogliono guarire da un male congenito o inguaribile.
Un giorno, primo ad entrare fu un giovanetto. Non volle sedersi, e senza dire una parola mise la destra sul tavolo: Con autorità gli dissi di porre anche la sinistra e di sedersi. Quel mio modo perentorio lo aveva sottomesso, ma capii che egli non era venuto perché gli leggessi la mano: L’avevo già visto altre volte parlare col maresciallo dei carabinieri, che mentre lo ascoltava prendeva appunti su un taccuino. Era una spia di poco prezzo, uno di quei fannulloni nati per curiosare, seminatori di “zizzagna” che provano piacere ad essere ascoltati quando riferiscono presunti segreti, che si infatuano delle loro gesta e che prima o poi finiscono in galera.
Incominciai dicendo: “ puoi dire a tutta Larino che io veramente so vedere nelle mani della gente. La tua non la leggerò perché tu non sei venuto per questo, ma spinto da un tuo desiderio innato di…
Non mi lasciò terminare che disse: “ Hai indovinato…però…!
“Però che?” dissi.
Lasciò cadere sul tavolo venti lire e se ne andò.
XXIII Capitolo
Già da undici ore circa ero intento al mio lavoro di chiromante. Mi sentivo stanco e c’erano ancora tre persone che attendevano; uno sciancato, una ragazza dalla faccia verdastra e una bella signora. Questa entrò per ultima proprio quando l’orologio a cuculo suonava le dieci. Era una donna veramente bella, fine ed elegante. Guardandola fissamente le dissi: “ Lei è una sfollata di Napoli!” E subito mi accorsi di aver commesso un gravissimo errore non essendomi attenuto al mio metodo che era quello di indagare facendomi dire la verità dai clienti senza che se ne rendessero conto. Si affrettò a dirmi che un suo progenitore era nato a Napoli, ma lei no. Con la destra inguantata tolse dal guanto della sinistra un biglietto da 50 lire che mise sul tavolo dicendo: “Ecco il suo onorario”. Alle mie proteste lei insistette tanto da indurmi ad accettare.
La signora si sedette, tolse il guanto dalla mano destra che appoggiò sul tavolo con la palma rivolta in alto; una mano ben curata, liscia, quasi di velluto.
“ Mi occorre l’altra mano”, dissi.
Appena liberò la sinistra dal guanto e me la mostrò rimasi come trasognato; quella mano sembrava trasparente tanto era fine e diafana. Perplesso guardai la signora aspettando che lei parlasse e, involontariamente mi rivelasse qualche mistero. Ma lei mi sorrideva con le due mani sul tavolo: la destra col palmo in su, e quella che mi ammaliava, la sinistra, con il dorso in giù.
“Cosa significa?” le dissi.
“ Non è lei un indovino?” rispose la signora.
Il profumo delicato dei suoi guanti lasciati sul tavolo mi indusse a parlare di profumi mentre osservavo le dita della mano sinistra le cui unghie erano smaltate ognuna di un colore diverso.
“Perché l’unghia dell’anulare è smaltata in nero?” chiesi.
“Per cercare un contrasto”, rispose.
“E’ una moda?”
“Non è una moda. Studio la tecnica e l’estetica degli smalti per le unghie, e necessariamente li provo sulla mia stessa mano. Sono in cerca di un metodo per dipingere sulla pelle umana. La donna del domani occulterà la monotonia cromatica del suo corpo con colori ben accostati. Un bel seno può cambiare effetto dipingendolo: lo stesso è per le spalle e per le natiche… “Vede?” Si alzò e si sollevò le vesti con disinvoltura.
Vidi sul suo grembo un cielo azzurro con nuvole tenui che contrastavano con il triangolo di seta nera all’attacco delle gambe. Fece ricadere le vesti, mi tese di nuovo la destra e rimase in piedi. Mi alzai anch’io tenendole stretta la mano e cominciai col dire:
“Presto lei sarà ricchissima”.
“Già sono ricca”.
“Lo so. Ma ho detto ricchissima”. Continuai ciarlando mentre lei asseriva col capo. Poi lasciò cadere nuovamente la sua mano e sollevò le vesti dicendo: “Non ti sembra che sia fresca e delicata come venuta dal mare, come Venere? Vedi…” Mi sentii spinto più che ad osservarla, a toccarla quella pittura. Sostenendo le vesti in alto, lei si girava in modo che la luce colpisse meglio il dipinto sulla gamba; poi, facendo leva sulle braccia, sedette sul tavolo. Reclinando la testa indietro mi disse: “Così puoi osservarla meglio”.
Sollevai la testa per osservarla e vidi i suoi occhi guardare fissamente nel vuoto mentre con le dita delle unghie variopinte andava lacerando lentamente il triangolo di seta nera.
Mentre si rivestiva mi disse: “Comprendi adesso perché insistevo per pagarti prima?” Spero di rivederti.
Mi diede un biglietto con tre nomi, in giallo, ed un cognome, Esposito, in oro. In basso si leggeva:
“Bella vista”.
Capitolo XXIV
Dormivo profondamente quando sentii tirarmi le coperte dal letto e una voce disse: “Mago Ciccillo! Mago Ciccillo!” La donna di servizio dell’albergo mi diceva che giù c’era il maresciallo dei carabinieri, venuto apposta per portarmi in caserma. “Grazie” le dissi, assicuralo che ora scendo.
Era l’alba. Presi la mia piccola valigia con i disegni non più in rotoli ma ben piegati, la carta topografica su cui avevo tracciato il cammino da percorrere e mi calai dalla finestra.
Andai a casa di Giggino. Assente lui, diedi tutto il denaro che avevo a Tina e le dissi: “Ci vediamo a Ischia”.
Notai che un camion militare degli alleati carico di uomini era pronto per partire diretto al fiume. Vi salii con altra gente del posto e appena giunsi sul greto del fiume lo attraversai e mi incamminai per il primo viottolo in cui mi imbattei e che mi portò poco dopo in un’aia immensa.
Un gran numero di cannoni disposti a semicerchio lanciavano i loro obici, ordinatamente, tutti nella stessa direzione, Montefalcone, al fine di stancare i tedeschi annidati lassù e proteggere i soldati indiani che, mimetizzati con un colore grigio, scalano il monte.
I soldati guadagnano terreno. La massa umana è come lava di vulcano che paradossalmente, anziché scendere, sale inesorabile. I cannoni degli alleati sparano quasi contemporaneamente e Montefalcone trema. Le mitraglie dei tedeschi sputano tutta la riserva micidiale mentre i coraggiosi soldati indiani fendono la cortina di fuoco e penetrano a Montefalcone.
Vorrei partire ma non posso perché la polizia alleata mi trattiene per non interferire nella zona di battaglia. Escogito finalmente il modo come raggiungere qualche paese al nord: ritornare a valle e poi salire una collina. Scendo fra sterpi e cespugli e, dopo circa tre ore, mi trovo presso Acquaviva Colleone dove cinque soldati italiani zappano in un campo. Mi avvicino e uno di loro mi dice: “Ti sei smarrito o non sai che continuando in quella direzione andrai a finire nella linea di fuoco?” In quel mentre venne il padrone del campo, un uomo sulla cinquantina che parlava un italiano misto al dialetto locale con qualche parola straniera, forse slava. L’uomo disse che era disposto a darmi lavoro e mi invitò a rinunciare a proseguire perché sarebbe stato come andare in bocca al lupo. Dopo poco i soldati smisero il loro lavoro e tutti ci dirigemmo verso un gruppo di case scoperchiate, in una delle quali, in discrete condizioni, entrammo. Era la casa del padrone che, dopo aver distribuito pane e formaggio, mise un bottiglione di vino vicino al caminetto e usci. Tornò con la moglie quando tutti noi eravamo sdraiati qua e la sul pavimento. Attraversarono la stanza scavalcandoci, per poi salire lungo una scala alla stanza superiore, la loro camera da letto. Non appena su, cominciarono a discutere ad alta voce senza che riuscissi a capire nulla di ciò che dicevano.
Mi decisi a svegliare Alfredo perché mi ricordai che era l’unico che sapeva quella strana lingua; ma, non comprendendone il significato, sali su per le scale in modo da udire più da vicino. Ritornò immediatamente dicendomi: “Sono due pazzi, ci vogliono vendere”.
Svegliammo gli altri ed in silenzio lasciammo la casa.
Dovevano essere circa le due di notte.
Ci trovammo fuori dell’abitato e, lasciato Montefalcone, attraversammo il fiume Trigno.
Andavamo sempre nella direzione della montagna più alta; tra poco avremmo visto il Monte Amaro della Maiella e l’orientamento sarebbe stato più facile. Arrivammo nei pressi di Carunchio. Per raggiungere il paese avremmo dovuto calarci a valle e poi proseguire.
Ci fermammo per osservare sulla mia carta tipografica una parte del percorso da me prestabilito e per trovare il modo per arrivare al fiume Sangro schivando le truppe tedesche certamente annidate nei folti boschi di quelle montagne.
Segnai con delle frecce le prudenti deviazioni da effettuare e continuammo.

Capitolo XXV - 1^ puntata
C’era ancora molto da camminare per raggiungere Carunchio dove saremmo arrivati a notte inoltrata. Percorremmo in salita una strada fiancheggiata da piccole case e poi una stretta via in discesa che ci portò sulla carrozzabile; finalmente potemmo discendere la vallata. Demmo un sospiro di sollievo. Vedemmo una carovana di jeeps: erano polacchi. Puntarono i fucili contro di noi immediatamente e ci frugarono. Mi tolsero la piccola valigia con la carta topografica e gli schizzi a matita. In fila per uno ci obbligarono a marciare nel senso contrario alla carovana. Dopo un brevissimo percorso ci introdussero in una casa custodita da soldati alleati dove incontrammo molte persone anch’esse rastrellate in quei pressi.
La mattina seguente percorremmo la strada principale di Carunchio in fila indiana scortati dai soldati in assetto di guerra; fummo spinti in un vicoletto a sinistra e poi in giù per una gradinata di pietra ancora più stretta quasi compressa dai due muri laterali. Dopo tanti giri giungemmo in un minuscolo cortile dove per vedere il cielo dovevamo guardare verso l’alto. Eravamo in dieci:; quattro soldati alleati e noi, e quell’ambiente angusto era appena sufficiente a contenerci. Con fare cerimonioso un soldato impalato davanti ad una porta fece atto di cederci il passo e quando l’ultimo di noi varcò la soglia sentimmo alle spalle un violento colpo di pietra immediatamente seguito dal rumoraccio metallico delle chiavi che girarono nella serratura. Gridammo dando pugni e calci sulla porta fino a quando, rauchi e sfiniti, non ne potemmo più
Non riuscivamo a capire se ci avevano rinchiusi in una grotta o in un pozzo, tanto era scuro li dentro.
Dopo poco osservai che le pareti erano umide, e ne dedussi che, probabilmente, erano interrate .Di quell’ambiente riuscivo a vedere solo il pavimento, che era di terra battuta privo di un qualsiasi giaciglio. Quando gli occhi si assuefecero all’oscurità potei vedere che la massiccia porta era foderata da una spessa lamiera di ferro e che quella doveva essere una cella costruita in un tempo lontano per rinchiudere qualche condannato a morte il cui conforto era soltanto quel debole chiarore della feritoia sulla porta, chiusa a croce con due sbarre di ferro.
Trascorremmo una notte quasi insonne. La mattina sentimmo il suono di alcune campane lontane, unico legame col mondo esterno; e quando i rintocchi cessarono trattenemmo il fiato in attesa di udire delle voci. Zitti, senza muoverci, ci parve, dopo, di captare qualcosa come un sibilo. Poi avemmo la sensazione di essere sopraffatti dal silenzio come se esso si fosse materializzato in una grande cappa di piombo sotto cui noi ci agitavamo e urlavamo senza emettere suoni, in una pantomima tragica.
Reagimmo involontariamente all’incubo che ci stava attanagliando perché gridammo con tutta la nostra forza, sillaba per sillaba, “a-pri-te-ci”! E demmo calci contro la lamiera di ferro della porta con la speranza che qualcuno ci sentisse. A turno potevamo vedere un pezzo di cielo attraverso la feritoia della porta:”Fortunati,no?, vediamo il cielo!”, ripeteva Alfredo sovente.
Capitolo XXV - 2^ puntata
Bel tipo era quell’Alfredo! Tarchiato, la testa un po’ grande per il suo corpo, capelli ricci nerissimi, naso, bocca ed orecchie di giusta proporzione col suo viso largo quasi color talpa, occhi piccolissimi e neri,aveva ancora la forza di fare dello spirito! Di tanto in tanto correva fino alla porta, faceva atto di guardare attraverso le sbarre di ferro e ripeteva: “Fortunati,no?, vediamo il cielo!”.Ma quello non era il cielo, perché al di la delle sbarre di ferro in croce l’ampio spessore dell’architrave della porta permetteva di vedere una prominenza del muro di fronte che, a noi, pareva di colore quasi azzurro. Io ed Alfredo ci spiegammo il fenomeno con un ragionamento sulla geometria proiettiva. Tuttavia Alfredo, ogni tanto, continuava a dire: “Che bello è il cielo oggi!”Percorrevamo il piccolo spazio della cella in tutti i sensi, a passi corti, lesti e sempre uguali nel buio pressoché costante. Daniele si muoveva ad occhi chiusi cozzando frequentemente con noi. Gli domandai perché facesse così ed egli mi rispose che non sentiva la necessità di sprecare la vista per percorrere quel luogo già tanto noto; oltretutto ad occhi chiusi si poteva meglio pensare, per esempio, a Capri e di passeggiare in una stanza dell’Hotel Quisisana o addirittura in una stanza della sua casa.Non so quanti giorni trascorsero senza né mangiare né bere, mentre il puzzo delle nostre poche feci depositate in un buco che avevamo scavato con le mani in un angolo della cella ammorbava la già poca aria. Poi non ci movemmo più; eravamo come corde fradice posti uno sull’altro per sentire meno l’umidità e il freddo. Quando qualcuno doveva orinare, due di noi lo alzavamo fino alla grata della porta perché emettesse l’orina fuori della cella.Avevamo tanta fame che se avessimo visto quel ratto che il giorno primo era comparso sotto la porta, ci saremmo azzuffati per acchiapparlo e mangiarlo.E la sete? Io avevo esaurito anche la borraccia del mio ricordo.In un dormiveglia dovuto al torpore che ci aveva presi, vedemmo che fugaci chiarori tremolanti rischiaravano a tratti il cortile; erano lampi lontani che, se si fossero avvicinati, chissà, avremmo visto cadere dell’acqua.Dopo un poco sentimmo un gocciolio nel cortile; pioveva, si pioveva! Mi avvicinai alla porta e vidi una goccia che appesa, tremolante, all’architrave si stava facendo più grossa. Stesi le braccia e con le mani unite a conca la seguii in attesa che cadesse. Stanche per quella posizione, le braccia caddero. Alfredo, invece, con una sola mano,accolse la goccia e la succhiò voracemente. Apparve un’altra goccia e Daniele fece lo stesso. Faceva sempre più freddo. Mentre noi tornavamo a formare il gomitolo umano, Dino, nell’angolo opposto si contorceva dandosi delle manate sulle spalle, sulle gambe e sulla schiena per poi rimanere immobile per qualche momento, con la testa appoggiata al suolo. Di tanto in tanto lo sentivamo gridare: “Forza Peppa…!” e ritornava a contorcersi e battere la mani al suolo. Poi gridava ancora: “Evviva Peppa!”.Sandro si alzò d’un tratto e corse da Dino, ma si mantenne distante. Dino gli disse:”Non vedi?” Indubbiamente doveva avere una vista straordinaria per poter seguire i movimenti di quell’esercito d’insetti quasi neri sul nero del suolo. Aveva organizzato una corsa delle cimici; le disponeva a quattro a quattro e ne seguiva l’andamento con l’entusiasmo d‘un fanatico sportivo.“Hai visto che Peppa precede tutti?”“Si, l’ho visto”, rispose Sandro.“Hai visto dunque? Ora ritorna al tuo posto”.
3^ puntata Capitolo XXV
Seguì il silenzio di tutti. Stavamo per addormentarci, ma un colpo secco sulla porta seguito da un rumore come giri di ruota ci fece sobbalzare. Corsi per guardare dalla feritoia: la mia visuale, attraverso i vuoti della croce, interrotta inferiormente dal grosso spessore della porta, sfiorava appena la crosta di una pagnotta. Chiamai tutti perché la vedessero, ma presto esaurimmo le nostre pazze idee per poterla abbrancare a mezzo di artificiosi congegni. Se quella pagnotta fosse entrata miracolosamente nella cella pur essendo imbevuta di orina, sarebbe stata certamente, causa di una rissa. Il giorno dopo Faustino tornò nuovamente ad insistere con i suoi inutili tentativi per prendere il pane, dopo molto, sfinito, abbandonò l’impresa ed andò a raggomitolarsi proprio nel mezzo della cella continuando a tossire in un modo incontenibile. Gli andai vicino, volevo osservarlo per cancellare nella mia mente un triste pensiero e quando constatai che era in un muto soliloquio, mi rasserenai.
In seguito lo vidi alzarsi e camminare, sempre tossendo; poi, non sentendolo più, ebbi l’impressione di vedere ambulare soltanto i suoi panni. Ad un tratto notai la sua testa come uno spillone conficcato in una massa di stracci, e quando si avvicinò alla finestrella della porta apparve il suo viso olivastro. Era dimagrito di molto, Faustino; aveva gli occhi socchiusi, la bocca sembrava ancora più piccola, il naso era fino ed appuntito, la fronte alta e chiara tanto da lasciare risaltare i folti e biondi capelli che apparivano verdi, per un effetto di un riflesso della luce, ora più intensa, proveniente dal pozzo antistante la cella.
Sandro, il cattedratico, ci intratteneva con le sue lezioni: “Su, in classe”, diceva. “ Anche tu, Dino, però sta lontano da noi”.
Faustino commentava a fatica tossendo: “ E’ un vero cattedratico,un eccellente cattedratico”.
Faustino era buono: pur nella tristezza di infermo, accennava sempre un sorriso; alle volte sorrideva e lacrimava perché ricordava la madre e la sorella, sole, in un appartamento a Firenze. Probabilmente le ciarle di Sandro lo allietavano. A noi, invece, non c’importavano un fico secco.
Sandro, orgoglioso, si vantava di aver vinto un concorso bandito a Roma nel 1936 tra borsaioli di ogni provincia riuscendone il primo assoluto per aver sottratto il portafogli ad un capitano dei carabinieri su un tram non affollato. E si impegna di dimostrare a noi i diversi modi per derubare. Ribadiva sul metodo “dita-pinza”: “ Vedete in questo modo” alzava la mano destra lasciando visibili due dita solamente, l’indice e il medio, che piano piano apparivano perfettamente di uguale lunghezza e ben dritte muovendole come una pinza da chirurgo. Poi aggrottava le sopracciglia, fissava lo sguardo alla porta e lanciava il grido di “Apriteci” come un ossesso. Qualcuno di noi lo ripeteva più forte e poi un altro ed un altro ancora. Tacitamente si era convenuto di lanciare quel grido a turno. Ma il risultato era vano.
Io andavo pensando: “ Quei soldati che ci condussero qui sono morti in battaglia? Oppure c’è stato un cambio di comando? Quale importanza può avere la vita di un pugno di uomini al cospetto dei problemi della guerra? Gli abitanti di questo paese non sanno che noi moriremo in questa cella, essi non sanno neppure che esiste questa fossa di tortura; non possono saperlo perché qualcuno verrebbe in nostro aiuto!
Capitolo XXVI
Il buio viene rotto dalla poca luce del giorno e la mia mente si libera dai pensieri della morte, percorre spazio e tempo e rivedo Stella.
Mi dispongo di fronte ad una parete della cella mentre le mie mani incominciano a fluttuare nell’aria di quella tomba. Nel silenzio più profondo disegno. Grandi nudi di donne campeggiano sulla parete, ma Stella è la più bella di tutte. Indietreggio pian piano per meglio osservare e ritorno a disegnare e correggere soffermandomi sui particolari. Indietreggio per vedere meglio con gli occhi della mia fantasia e cozzo contro il gruppo dei cinque compagni di sventura che mi osservano con gli occhi sbarrati nella loro maschera barbuta e sorridono.
Povero Faustino! Eccolo nuovamente trascinarsi in ginocchio fino alla porta, riesce a toccarla, contorce il corpo, solleva le ginocchia, stende le mani, si afferra alle braccia della croce e tace.
Riprende forza, porta il viso all’altezza delle sbarre e riprende il soliloquio in cui la parola “pane” è ripetuta continuamente. Con un nuovo sforzo dà dei morsi alle due sbarre poste a croce; poi le scheletriche mani si abbandonano strisciando lungo la porta e ritorna in ginocchio. Si solleva appena per ricadere al suolo senza un lamento. E’ il tonfo della morte.
Io grido come impazzito:”no, non è qui che dobbiamo morire!”
Pongo il viso contro la croce di ferro e grido ancora più forte, ma il puzzo di orina mi serra la gola….e mi suggerisce un’idea. Con un cenno al capo chiamo Alfredo e con voce angosciata gli dico: “Vedi? Quella chiazza di orina è l’indizio di un abbassamento del terreno per causa di infiltrazione d’acqua; le fondazioni vicino hanno sicuramente ceduto e la pietra della soglia si sostiene perché è incastrata ai due estremi. Perciò ritengo che sotto la soglia si deve essere formato un vuoto”.
“E così ritorna in vita Faustino”.
“Ascoltami, Alfredo, non dobbiamo morire qui. Scavando in questo punto passeremo sotto la soglia”.
Incominciammo a scavare a turno, con le mani, ma eravamo deboli e lo spessore della soglia era enorme come se essa fosse la parte superiore di una roccia.
Avviliti rinunziammo a scavare ma Alfredo proseguì. D’improvviso incominciò a vedere la cella di una delimitazione insolita: un chiaro proveniente dal basso fa stagliare verso la porta tre sagome di uomini. Penso di avere la febbre: raccolgo un pugno di terra, me lo trattengo un po’ sulla fronte: i tre uomini si scostano per farmi vedere Alfredo che, con i piedi in su, scava il fondo della fossa con le mani. Poco dopo Sandro e Daniele lo sostituiscono e prima che la luce si attenui andiamo a raggomitolarci per dormire.
La mattina seguente mi svegliano alcuni colpi dati sulla porta da Alfredo che è riuscito a passare al di fuori, che ci spiega come dobbiamo introdurci nella buca, che dobbiamo strisciare sul fondo con la schiena per poter uscire.
Quando sentiamo un’altra voce Daniele e Sandro si calano nella fossa, io salgo sulle loro spalle e riesco così a veder, attraverso la feritoia, Alfredo che parla con un soldato alleato il quale dice di si continuamente con la testa.
Frattanto giunge un altro soldato che dopo aver girato più volte la chiave nella toppa apre finalmente la porta. Rapidamente Daniele, Sandro e Dino con un balzo sono fuori e saltellano per la gioia. Io non mi muovo fino a quando non faccio capire al soldato che lì c’è il corpo di Faustino e che bisogna dargli sepoltura. Il soldato sporge la testa ma la ritira immediatamente portando le mani sul viso per serrarsi narici e bocca.
XXVII Capitolo
Uno dei soldati ci fece cenno di seguirlo. Di tanto in tanto si fermava perché i suoi passi erano molto più lesti dei nostri. Dopo poco ci trovammo nella sala del Comando Alleato; seduto ad un tavolo c’era il capitano, un uomo di mezza età, polacco, che si rivolse a noi parlando in perfetto italiano: “ Non è ancora possibile andare oltre queste zone”, disse, “dovete raggiungere Lecce dove sarete a disposizione del Comando Italiano”. “Andate e buona fortuna”. Rivolto ad un soldato continuò:” Mettili sul primo veicolo che va al sud”. Poi facendo un leggero cenno di capo verso di me e tenendo sospeso in aria, tra l’indice e il pollice della sua destra, la mia cartina topografica, ordinò ad un soldato che stava al suo fianco di riportarmi in cella.
Questi mi venne vicino e col fucile che aveva prima a tracolla mi spinse in direzione di una porta da dove uscimmo.
Mi sentii la lingua secca e come imbambolato, camminavo scortato lungo la strada principale di Carunchio sotto lo sguardo della gente che aveva certamente una casa ed un letto, mentre io sarei tornato in quella fossa e senza giaciglio.
No, non era possibile, già stavo respirando l’aria libera e vedevo le case, i monti, il vero cielo e quella gente che non avrebbe mai udito le mia urla. No, non dovevo tornare in quella cella, sarei impazzito. Forse già impazzivo perché saltai girando come un pazzo e cominciai a correre. Due colpi di fucile in aria e nient’altro, neppure un grido di alt: il soldato di scorta si dovette fermare perché correndo io in quella direzione non potevo sfuggirgli. La strada, infatti, finiva fra case chiuse, e poiché avevo girato a sinistra potevo solo tornare verso il Comando. Mi trovai ad un tratto di fronte al capitano che immediatamente posò la mano sulla rivoltella che aveva sul tavolo e disse in tono adirato: “fuori!”.
“No, capitano!” dissi.
“ Fuori” ripeté e nello stesso tempo si alzò ed uscì. Sedetti su una panca; quel soldato che mi aveva scortato mi stava guardando come in attesa che io gli dicessi: “Andiamo, portami in cella”. Il mio terrore della morte svanì perché egli avrebbe potuto dirmi: “In cella”. Invece mi diede una sigaretta e disse:” Aspettalo”.
Capii che mi sarei salvato, soltanto se il capitano mi avesse ascoltato.
Era già trascorso molto tempo ed il comandante ancora non tornava. Mi addormentai. Di tanto in tanto, con un colpo di mano sulla spalla, il soldato di sentinella mi svegliava per darmi qualcosa da masticare e da mangiaree per regalarmi una sigaretta. Sonnecchiavo quando udii un cannoneggiare lontano, poi colpi di mitraglia e di fucili, rumori di motori a terra e nell’aria, voci e rintocchi di campane e gente che rumoreggiava intorno a me. Il capitano con la mano sulla rivoltella diceva: “Riportatelo in cella”.
Stava morendo perché io l’avevo strangolato.
Il forte rumore con cui il soldato aveva chiuso la porta mi fece svegliare di soprassalto: con un sospiro di sollievo accennai un sorriso. Ero contento che l’incubo era finito e lo sarei stato lo stesso anche se fossi tornato in prigione: il capitano che rientrava in quel momento, sorrideva anche lui. Era infangato e stanco. Alzò una mano verso di me come se fosse disposto ad ascoltarmi, mosse qua e là sul tavolo le stesse carte della mattina e mi fece cenno di avvicinarmi.
Pensai che si sarebbe infastidito dei preamboli ed incominciai dicendo: “Sono un ferroviere “. E gli diedi la tessera, “faccio parte di un gruppo per speciali lavori. Ci proponiamo di conoscere la situazione dei fabbricati delle stazioni ferroviarie nel tratto Messina-Roma”.
“Ma le ferrovie non passano da queste parti!” Mi interruppe.
Continuai: “Poiché è impossibile proseguire fino a Roma, vado a Villa Santa Maria dove c’è mia madre….Non la vedo da dieci anni”.
Il capitano si alzò dicendo: “Sono ventiquattro anni che io non vedo mia madre”, ed incominciò a percorrere a grandi passi la stanza; poi continuò: “non puoi andare oltre né tornare al Sud”. Sempre passeggiando riprese a parlare a bassa voce in inglese; poi in italiano mi disse: “Rimarrai qui a Carunchio fino a quando questa sarà la quarta zona”.
Andò verso il tavolo e senza sedersi scrisse qualcosa sulla mia tessera da ferroviere opponendovi anche un timbro; me la diede dicendo: “Va col soldato” ma subito dopo mormorò alcune parole in inglese.
Ero di nuovo sulla strada di prima quando mi sentii chiamare; “Olivo””””, erano Alfredo, Daniele, Dino e Sandro in piedi su un camion, che salutandomi mi dissero che partivano per Lecce.
Di lì a pochi passi il soldato aprì la porta di una casa ed entrammo. Intorno al focolare era seduta la padrona, la fornaia di Carunchio, alla quale il soldato disse frettolosamente: “ Darai da mangiare a quest’uomo e gli procurerai alloggio”. Se ne andò salutando con un gesto di mano.
A me sembrava di sognare.
Quella donna mi invitò a sedere vicino a lei, poi si alzò e tornò poco dopo con una tazza di brodo, un pane ed un cucchiaio. Mentre mangiavo cominciò a raccontarmi la storia della sua vita fatta di pene e di affanni. Non l’ascoltavo perché ero intento a decifrare quella frase inglese scritta in rosso sulla mia tessera; e mentre una giovinetta di un aspetto fine, era apparsa sull’uscio, la fornaia continuò: “Mio marito partì alle armi quando questa ragazza era ancora piccola e non è più tornato. Dicono che sia in Russia, ma io e mia figlia lo aspettiamo ogni giorno”.
Frattanto avevo interpretato lo scritto del capitano, che press’a poco diceva così: “si proibisce a costui di oltrepassare i limiti del Comune di Carunchio. Sarà libero quando Carunchio diventerà IV Zona”.
La fornaia mi disse: vado al forno. Vieni con me per vedere la casa dove dovrai alloggiare.









Capitolo XXIX – 1° episodio
Eravamo arrivati alle prime case di Roccaspinalveti, una delle quali era di Zaccaria. I parenti di questi mi accolsero come se fossi una persona conosciuta da tempo; e quando seppero poi, che ero un Castracane di Villa Santa Maria, mi prodigarono lusinghiere attenzioni. Donna Maria, la madre di Zaccaria, mi invitò a cenare con loro riservandomi il posto di capotavola; io ringraziai e sedetti lateralmente, vicino ai miei compagni. Fu un pasto inaspettato; lasagne fatte in casa, al ragù, che non mangiavo da oltre dieci anni ed un buon vino vecchio di quella terra. Entrato nella stanza preparata per me solo, rimasi ammirato dall’arredo e mi beai quando, a letto, sentii le lenzuola frusciare per la freschezza; carezzai, commosso, quel bianco immacolato.
Trascorsi una notte di completo riposo cullato dallo scroscio delle acque nel vicino bosco. Il mattino seguente, prestissimo, ero seduto con i garzoni e i padroni intorno al focolare a consumare la colazione. Più tardi, a malincuore, annunziai la mia decisione di continuare il mio viaggio. Quando giunse il momento, salutai con un abbraccio fraterno tutti, e senza voltarmi partii.
Dopo ore di cammino notai che la metà del cielo, a sinistra, era completamente scura incombendo su un paesaggio di colore mutevole, per la luce che proveniva dall’altra metà del cielo, terso e azzurro. Ebbi appena il tempo di osservare il fenomeno quando questo si invertì: lo splendore s’era spostato a sinistra e le tenebre a destra. Improvvisamente fra cielo e terra si formò come una parete di acqua, con vento e con fulmini che mi saettavano intorno, mentre la pioggia scendeva a cataratte.
Quando questa cessò ero così fradicio che decisi di fermarmi per asciugare tutti gli indumenti. A pomeriggio inoltrato proseguii, ma la grossa piena del fiume Sinello mi obbligò a pernottare lì vicino, presso i resti di un mulino.
La mattina seguente le acque erano decresciute, ma soltanto nel pomeriggio mi fu possibile passare dall’altra parte.
Ero su una mulattiera quando sentii dire da lontano più volte: “Non si può andare avanti di là!” E mentre io continuavo a salire la voce continuò: “Non proseguire!” Era una donna che sul dorso di una mula mi diceva con voce affannosa: “Non andare in quella direzione, più in là i campi ed i boschi sono minati. Nella mia casa c’è molta gente e vi è posto anche per te, vieni”.
Non esitai e la seguii.
Giunti a casa, ebbi la sensazione di stare in una fiera: le donne erano in ciarle, in piedi vicino al focolare, intente a friggere patate mentre gli uomini, a gruppi isolati, parlavano come se stessero per azzuffarsi.
Finalmente, Santone, un corpulento quarantenne, che sembrava essere il padrone, disse: “Tutti a tavola! E voi”, rivolgendosi alle friggitrici, “servite”. Santone sedette per primo, alzò le mani e le fece ricadere rumorosamente sul tavolo. Quel modo doveva essere abituale, perché tutti zittirono per ascoltarlo, ma inutilmente. Un vecchio barbuto, che gli era vicino, disse: “Beh?”
“Beh, un cacchio!” Rispose Santone. “Dimmi piuttosto, fino a quando dobbiamo tenere i cavalli alla macchia?”
Il barbuto con calma replicò: “Per tutto l’inverno, Santone. I tedeschi non lasceranno i monti se non dopo il disgelo. Essi sanno che in questa stagione diventerebbe difficile l’avanzate delle truppe alleate”.
Un giovane che indossava una giubba militare intervenne per descrivere il putiferio esistente a Roma in quel momento, parlò della pace che regnava in Sicilia e con la stessa chiarezza si soffermò a descrivere alcuni luoghi della penisola. Conosceva profondamente le tane dei tedeschi nelle montagne d’Abruzzo e precisò la zona di resistenza della “linea d’inverno” che egli chiamava “ ventaglio del diavolo”. Diceva: “ Sapete? I tedeschi saccheggiano le case, incendiano l’intero abitato e quando indietreggiano, distruggono tutto ciò che è alle loro spalle perché sanno che non ritorneranno. E’ una guerra da farabutti…pensate! Anziani, giovani, giovanissimi, ragazzi e infermi vengono incolonnati sotto la minaccia dei fucili, delle mitraglie e condotti a costruire trincee e muri. Sono lì nel “ ventaglio del diavolo” con il solo fine di arrestare l’avanzata degli alleati verso Roma”.
“La ragione è ben altra”, disse Santone.
“Quale?” rispose il giovane.
“Ritardare l’occupazione della Germania. Difendono, insomma, le loro case distruggendo le nostre”.
Una donna intervenne dicendo non so che cosa ma Santone gridò alle donne”Servite, voi, cosa aspettate?”
Una friggitrice gli fu subito vicino ma egli le strappò la grossa padella dalle mani e scaraventò le patate nel fuoco dicendo: “Ai porci, queste!” e gettata nel fuoco anche la padella ordinò adirato: “ A pelare patate, tutti!”. Ed uscì. Rientrò poco dopo ad ira sbollita ed invitò me ed altri due a seguirlo. Sul dorso di quattro nutriti cavalli prendemmo una mulattiera in territorio scosceso e ci inoltrammo a tenere la testa abbassata, quasi a contatto col collo del cavallo, per poter schivare gli alberi dei rami che ci colpivano come fruste. In quella posizione perdemmo il contatto con Santone, ma lo sentimmo più avanti che diceva: “Non proseguite, aspettatemi”.
Poco dopo sentimmo i nitriti di cavalli e di puledri e procedemmo con precauzione: potemmo vedere così il burbero Santone che aveva riunito i suoi equini nel cuore della foresta, per sottrarli alle grinfie tedesche, dove andava a controllarli e a foraggiarli di tanto in tanto.
Ritornammo a casa con molto appetito e mangiammo finalmente delle croccanti patate fritte.
Io, però, avevo deciso di proseguire. Salutai ringraziando e mi incamminai. Ero già molto lontano quando sentii chiamarmi insistentemente da Santone. Tornai indietro e mentre egli disse di attendere un momento, giunse una donna che mi consegnò una pesante bisaccia. L’uomo spiegò: “ E’ cibo da cristiani e ti basterà circa una settimana. Tu dovrai discendere fino al mare e poi risalire la vallata dall’altra parte del Sangro, perché, ricordatelo, le falde dei monti che da qui vanno verso Villa Santa Maria sono tutte minate”.
Ripresi il cammino con la pesante bisaccia a tracolla, percorrendo faticosamente mulattiere appena visibili senza avvicinarmi né a Montazzoli né a Monteferrante.
Ad un certo punto mi parve di aver raggiunto una strada importante; ma non era altro che una lunga e piatta superficie di un mastodontico macigno come sospeso nell’abisso. Potevo solo retrocedere o rimanere a contemplare montagne e vallate.
CAPITOLO XXVIII
Era, quella, una casa tutta per me, vicino al Comando Alleato. Due volte al giorno andavo a mangiare dalla fornaia; la mattina, dopo aver preso il caffelatte, uscivo con la figlia per accompagnarla da una sarta nella parte alta di Carunchio dove lei rimaneva l’intera giornata. Al ritorno mi fermavo da un barbiere, conversavo un poco con un uomo che era sempre lì, Giacinto, e proseguivo verso la strada principale dove salutavo qualcuno che già conoscevo; poi raggiungevo il bivio vicino a quella casa dove fummo condotti prima che ci imprigionassero, e li sedevo su una grossa pietra, tiravo dalla tasca la mia tessere, rileggevo lo scritto in rosso e ritornavo su, fino alla casa della fornaia. Era diventata una passeggiata quotidiana. Un giorno mi trattenni più del solito, seduto su quella pietra. Con un fiammifero stavo accendendo un sigaro donatomi da Giacinto mentre con la sinistra avevo portato la tessera all’altezza degli occhi per leggere ancora una volta quello scritto in rosso. Ad un tratto mi chiesi: “ E se io non l’avessi questa tessera?” E con il fiammifero ancora acceso la bruciai. “Addio Carunchio”, dissi ad alta voce, muovendo la mano in segno di saluto. Mi inoltrai tra gli alberi in direzione Nord; ma presto dovetti fermarmi, perché avevo notato un movimento di veicoli li vicino, nel bosco. Cespugli, tronchi e rami non mi lasciavano vedere verso quella direzione. Mi camuffai con dei rami e salii su un albero da dove potevo osservare sicuro di non essere visto. Quei veicoli non seguivano nessun itinerario; si muovevano solo per trovare un posto dove meglio bivaccare. Io, intanto, non potevo avanzare; ma non volevo neppure retrocedere.
Quando il buio si fece intenso scesi dall’albero, mi feci un giaciglio con alcuni cespugli e mi coprii con rami e foglie. Non dormii perché ero sempre attento al minimo rumore. Verso l’alba mi addormentai e mi svegliai quando il sole era alto. Nuovamente mimetizzato salii sull’albero. I veicoli erano ancora lì, e nulla lasciava prevedere che si sarebbero mossi. Più a destra notai una zona di piccoli appezzamenti di terreno con uomini e donne, tutti affaccendati. In quella frangia di terreno era consentito il lavoro ai contadini; sarebbe stato quindi sufficiente che raggiungessi uno di quei campicelli per poter proseguire. Ma non era facile, così mi ero intrappolato tra carri, cannoni e soldati.
Sulla mia destra vidi scendere per una stradicciola un gruppo di persone, dirette certamente verso quel terreno che io desideravo raggiungere. Scesi dall’albero e rapidamente arrivai sulla carrozzabile nel momento in cui il gruppo la stava attraversando. Con mia sorpresa vidi Giacinto con tutta la sua famiglia ben carichi di arnesi da campo. Ci salutammo in fretta, poi io presi una zappa e me la misi sulla spalla, in modo da confondermi col gruppo. Passato quel tratto obbligato tra i soldati ed i veicoli, proseguii per i monti evitando sentieri e viottoli perché avevo saputo da Giacinto che più su erano disseminate molte mine tedesche. D’improvviso mi trovai a camminare nel letto di un ruscello e, mentre ero intento a saltare una pozzanghera, sentii chiamarmi ripetutamente per nome. Erano Daniele, Dino, Alfredo e Sandro che avevano appena smesso di raccogliere della legna e che, con il padrone Zaccaria, tornavano a casa di questi.
Frastornati dalla gioia mi raccontarono che dopo pochi chilometri da Carunchio, erano saltati uno ad uno dal camion, senza che né il conducente né l’altro soldato se ne fossero accorti.
Un giovane che indossava una giubba militare intervenne per descrivere il putiferio esistente a Roma in quel momento, parlò della pace che regnava in Sicilia e con la stessa chiarezza si soffermò a descrivere alcuni luoghi della penisola. Conosceva profondamente le tane dei tedeschi nelle montagne d’Abruzzo e precisò la zona di resistenza della “linea d’inverno” che egli chiamava “ ventaglio del diavolo”. Diceva: “ Sapete? I tedeschi saccheggiano le case, incendiano l’intero abitato e quando indietreggiano, distruggono tutto ciò che è alle loro spalle perché sanno che non ritorneranno. E’ una guerra da farabutti…pensate! Anziani, giovani, giovanissimi, ragazzi e infermi vengono incolonnati sotto la minaccia dei fucili, delle mitraglie e condotti a costruire trincee e muri. Sono lì nel “ ventaglio del diavolo” con il solo fine di arrestare l’avanzata degli alleati verso Roma”.
“La ragione è ben altra”, disse Santone.
“Quale?” rispose il giovane.
“Ritardare l’occupazione della Germania. Difendono, insomma, le loro case distruggendo le nostre”.
Una donna intervenne dicendo non so che cosa ma Santone gridò alle donne”Servite, voi, cosa aspettate?”
Una friggitrice gli fu subito vicino ma egli le strappò la grossa padella dalle mani e scaraventò le patate nel fuoco dicendo: “Ai porci, queste!” e gettata nel fuoco anche la padella ordinò adirato: “ A pelare patate, tutti!”. Ed uscì. Rientrò poco dopo ad ira sbollita ed invitò me ed altri due a seguirlo. Sul dorso di quattro nutriti cavalli prendemmo una mulattiera in territorio scosceso e ci inoltrammo a tenere la testa abbassata, quasi a contatto col collo del cavallo, per poter schivare gli alberi dei rami che ci colpivano come fruste. In quella posizione perdemmo il contatto con Santone, ma lo sentimmo più avanti che diceva: “Non proseguite, aspettatemi”.
Poco dopo sentimmo i nitriti di cavalli e di puledri e procedemmo con precauzione: potemmo vedere così il burbero Santone che aveva riunito i suoi equini nel cuore della foresta, per sottrarli alle grinfie tedesche, dove andava a controllarli e a foraggiarli di tanto in tanto.
Ritornammo a casa con molto appetito e mangiammo finalmente delle croccanti patate fritte.
Io, però, avevo deciso di proseguire. Salutai ringraziando e mi incamminai. Ero già molto lontano quando sentii chiamarmi insistentemente da Santone. Tornai indietro e mentre egli disse di attendere un momento, giunse una donna che mi consegnò una pesante bisaccia. L’uomo spiegò: “ E’ cibo da cristiani e ti basterà circa una settimana. Tu dovrai discendere fino al mare e poi risalire la vallata dall’altra parte del Sangro, perché, ricordatelo, le falde dei monti che da qui vanno verso Villa Santa Maria sono tutte minate”.
Ripresi il cammino con la pesante bisaccia a tracolla, percorrendo faticosamente mulattiere appena visibili senza avvicinarmi né a Montazzoli né a Monteferrante.
Ad un certo punto mi parve di aver raggiunto una strada importante; ma non era altro che una lunga e piatta superficie di un mastodontico macigno come sospeso nell’abisso. Potevo solo retrocedere o rimanere a contemplare montagne e vallate.
Era uno spettacolo meraviglioso quello che vedevo tra la Maiella e l’Adriatico. In basso, come plasmata da mano divina e privilegiata, sorgeva Villa Santa Maria, una città attraversata dal fiume Sangro. La roccia strapiomba sul torrente Turcano, lo sorpassa, ridiscende fino al fiume, e quindi si fende e sprofonda nell’acqua; balza al di là e si eleva maestosa, sguizza fra le case, vi entra dolcemente, le oltrepassa, scavalca vie e muri ed in uno slancio imponente si spiega a ventaglio come fatta di penne giganti.
Il sole si nasconde dietro Montepenne; e al di sopra dell’ombra, emerge la sommità di un campanile.
A poco a poco il castello dei Caracciolo, quello dei Castracane, le chiese, le case, le viuzze inerpicate e il tenue luccichio del fiume serpeggiante, svaniscono nell’ombra proiettata dalla roccia dall’orlo ancora assolato. Si intravvedono, oltre Montepenne e ancora più in alto, paesi disposti ad anfiteatro. Più in giù, drappeggiato di bianco si staglia, netta la inconfondibile Maiella che domina imponente sull’ampio paesaggio. Mi sporgo un poco per vedere al di sotto del macigno e lo sento come se traballasse; trattengo il respiro; vedo le montagne ruotare ed il fiume invertire il suo percorso, i campanili capovolgersi per conficcarsi nel suolo; le case sottosopra. Poi tutto ritorna come prima e riprendo il respiro.
Per evitare un nuovo capogiro, indietreggio cautamente e vedo al di là di un crepaccio, c’è uno spacco nella roccia. Sostenendomi agli arbusti lo raggiungo: “Un covo-casa”, mi viene in mente di dire, tiepido ed accogliente.
Mentre sta per calare la notte raccolgo delle pietre, le spargo sul suolo del covo e mi ci distendo su per dormire. Quel giaciglio è ancora troppo comodo. Cerco altre pietre più aguzze in modo da non lasciarmi consentire un sonno profondo e poter udire, così, lo strisciare dei serpenti.
Trascorro la notte con qualche soprassalto.
Al sorgere del sole noto aerei da ricognizione alleati che si perdono dietro il macigno e ritornano: sembrano sbucare dalla terra e perdersi nel cielo o venire dal cielo e sprofondarsi nella terra. Avranno certo localizzato la strategica posizione dei tedeschi al di là del fiume Sangro, con i cannoni disposti sotto gli ulivi presso il cimitero e puntati verso questa cima.
D’improvviso, giù, sulla carrozzabile che cinge la falda di questo monte, appare un gran numero di soldati alleati che marciano a passo vigoroso seguiti da jeeps, cannoni e quanto necessario per affrontare il nemico.
Deviano a destra in una strada fatta di recente che discende diritta a valle e nel giungere al piano si immettono nella piazza verde già striata dalle tracce incrociantisi in ogni senso.
I molti veicoli alleati, pesanti e leggeri, si dispongono secondo una linea che sembra tracciata da un moderno urbanista rispettoso dell’antico. Essi sanno, certamente, che oltrepassando quella colonna di granito calpesterebbero un sacro suolo colmo di ossa ancora intatte nelle avite tombe, dove nacque e prosperò l’antica città di Santa Maria in Basilico.
Nell’abitato, invece, c’è confusione e disordine, i tedeschi fuggono verso il ventaglione di Montepenne, i più lesti vi si arrampicano, altri rastrellano cavalli e muli, e con le recalcitranti bestie fuggono verso la Maiella.
Intanto, quelli sulla riva destra del Sangro e gli accampati nell’isola Ting-Tong si ritraggono quasi affondando nel fiume, fuggono verso l’alto e cozzano con i loro commilitoni che scendono dall’abitato trascinando i cannoni per passare sul ponte Sant’Antonio. Un altro gruppo spinge brutalmente i prigionieri seguiti da donne piangenti, alcune delle quali con i bambini sulle spalle; i prigionieri non possono reagire, marciano senza vacillare, e guardare verso quelle voci a loro familiari; se lo facessero potrebbero essere colpiti a morte dai soldati tedeschi. Lo sanno perché hanno visto morire tanti loro compagni sotto le raffiche delle mitraglie, sparate quasi a bruciapelo, per un nonnulla.
Ora vanno verso il mulino per riapparire sulla carrozzabile dopo aver percorso un lungo sottopassaggio. Le donne hanno imboccato un’altra strada, più pianeggiante, che le allontana ma che consente di poter vedere i loro cari. I prigionieri e la scorta voltano a sinistra, prendono un sentiero che porta al ponte sul Turcano, arrivano in una piccola aia e si arrestano davanti al ponte. I soldati guardano prima la rupe grigia dagli spacchi neri che con forte pendio precipita verso il torrente, vedono alle loro spalle la montagna strapiombante sull’aia. Dopo aver confabulato fra loro, due discendono per la rupe e si dirigono sotto il ponte. Un ponte altissimo con un arco a tutto sesto fatto con conci squadrati di pietra, e impostato su grosse spalle anche di pietra, una delle quali, la sinistra, va a raggiungere uno sperone della roccia irrobustito con calcestruzzo di cemento, mentre quella destra arriva molto più in giù per trovare il piano di posa sul fondo del torrente in piena.
L’acqua torbida trascina rami e tronchi di alberi che a volte si dispongono verticalmente per ricadere sugli altri e rimanere in bilico sull’acqua che scorre con impeto lungo un corso tortuoso per andare ad ingrossare poco più giù il Sangro turbolento e minaccioso.
Sull’aia ora giungono le donne che, sfinite, attendono un po’ di pietà dai soldati i quali, invece, le ricacciano verso la montagna, con urli minacciosi. Ma presto cessano di salire perché dai movimenti che i soldati fanno, dai loro gesti e dal modo con cui essi piazzano le loro mitraglie, presagiscono la tragedia imminente.
A metà del ponte i soldati tedeschi si dispongono in cerchio intorno agli uomini catturati. Poi il cerchio si apre e si formano due gruppi che indietreggiando puntano le loro armi su quelli rimasti sul ponte, prigionieri. Un silenzio di morte. Ad un tratto i due soldati che erano andati sotto il ponte appaiono correndo, e quando uno di loro alza una mano come ad un segnale convenuto, i suoi commilitoni si allontanano fulmineamente. I 14 prigionieri intuiscono la catastrofe e contemporaneamente corrono verso il parapetto per lanciarsi malgrado l’abissale altezza quando il deflagrare delle mine poste sotto l’arco proietta spaventosamente in aria pietre, terra e brandelli di carne umana seguito dall’eco del boato su Montepenne e per la vallata.
Altre mine sono collocate sotto i due archi del ponte sul Sangro. I tedeschi, ancora sul piazzale Sant’Antonio, danno l’ultimatum a quelli che occupano le case circostanti.
Avanza la notte angosciosa per tutti.
Salta anche il ponte sul Sangro fra un dirupare di rocce e di case.
3^ puntata Capitolo XXX
Nel corso della loro ritirata i vinti incendiano tutto ciò che incontrano. E’ in fiamme anche una casa isolata verso la contrada Baronessa; davanti c’è una madre investita dal riverbero delle fiamme che piangendo prega in ginocchio; poi, disperata, si getta fra le fiamme per uscirne impazzita e disperata; i suoi quattro bimbi verranno più tradi estratti dai resti del rogo, carbonizzati.
Intanto a Torricella Peligna un nucleo di uomini attraversa il paese, reclutano altri uomini, siano maturi o giovani imberbi. Quando hanno costituito un gruppo consistente, tutti ricevono le armi necessarie, fanno un rapido addestramento, e dopo aver giurato al cospetto della Maiella, si uniscono agli alleati sulle falde di Pizzoferrato, dove, in cima, si sono trincerati i tedeschi.
Dopo giorni e giorni di sparatorie gli alleati non cedono mentre l’inverno sta per arrivare. E’ impellente espugnare quel monte, fra breve le nevicate, come sempre, saranno copiose. Vi sono luoghi, in quei pressi, che sono delle vere trappole naturali: voragini profonde che si riempiono di neve e né i lupi né i più esperti conoscitori della regione ne uscirebbero vivi se vi si avventurassero.
Il fuoco delle mitraglie nemiche è incessante. Avanzano gli uomini della Maiella, con la rabbia di chi è stato vigliaccamente colpito; sono già presso le prime case, ma…una raffica di mitraglia li falcia tutti.
In un mucchio di brandelli di corpi umani balza un giovane sanguinante che con mitra in pugno avanza; ma, colpito dal nemico, cade al suolo. Si trascina fino a valle. Medicato; rapidamente riprende forza e lanciando grida di guerra capeggia una moltitudine armata. E rompe la breccia di Pizzoferrato.
In un fuoco d’inferno, tra laceranti lamenti mortali, è ancora sangue che scorre. Ma il forte di Pizzoferrato è espugntao.
Capitolo XXXI
Mi inerpico per un crepaccio e mi dirigo verso Monteferrante da dove, discesa la vallata, avrei potuto raggiungere finalmente Villa Santa Maria.
Avevo appena raggiunto il viottolo da dove sarei disceso a Villa quando sono circondato da molti uomini che mi guardano muti come se fossi venuto da un altro pianeta. Dopo aver atteso che qualcuno parlasse mi rivolsi al più anziano e chiesi se fosse quello il viottolo che conduceva a Villa S. Maria. Non rispose; e quando gli altri, senza distogliere lo sguardo da me, fecero un passo indietro, cercai di svignarmela. Ma quello che rimase più vicino finalmente parlò: “Non vogliamo più seppellire i morti; di qua non si passa, lo capisci?”
Compresi che mi proibivano di morire. Nella valle del Sangro non si poteva discendere perché i tedeschi avevano minato palmo a palmo tutti i campi ed i boschi, me lo aveva detto anche Santone. Raggiungere Villa dunque, sarebbe stato impossibile. Non mi rimaneva che andare verso Roma lungo la costa del Tirreno e mi feci indicare la strada più conveniente per dirigermi verso il mare.
Era notte quando giunsi nei pressi di Civitavecchia del Sannio. Evitai di entrare nel paese, proponendomi di passare oltre l’estrema periferia la mattina seguente. Incominciava a piovere, e non avevo ancora trovato un qualsiasi posticino per passare la notte. Stetti molto tempo con le spalle contro un muricciolo sopra il quale, a mo’ di pensilina, avevo collocato dei cespugli per ripararmi dalla pioggia. L’indomani stanco ed inzuppato proseguii il cammino e, nelle prime ore del pomeriggio, mi trovai tra le masserie di Boiano. Non avevo dormito tutta la notte, insonnolito com’ero vedevo intorno uomini con le facce nere. Uno di questi, molto grosso, ma con testa piccola, discuteva animatamente con un soldato in grigioverde, mingherlino e dall’aspetto di chi ha molta fame.
Il negro cavò di sotto il giubbotto un paio di scarpe, poi cominciò a togliere dalle tasche una grande quantità di pacchetti di sigarette e infine si calò i pantaloni. Sotto il primo ne aveva molti altri di cui si sbarazzò fino a rimanere con un paio di calzoncini caki; ma la vestizione non era finita: il negro toltosi il panciotto tirò fuori, una dopo l’altra, cinque camicie. L’operazione era finalmente compiuta. Dopo un’intima discussione col mingherlino in grigioverde, il negro ricevette da questi una somma di denaro, si rimise il panciotto, avvolse in una camicia quanto s’era tolto di dosso e consegnò il tutto al mingherlino che si incamminò col fagotto sulle spalle verso la strada per la città.
Ripresi a camminare. Durante il percorso incontravo soldati e giovani donne che sghignazzavano e saltellavano baciandosi. Una di esse mi fissò stranamente, poi mi tirò per il braccio e mi disse: “Ehi, tu barbuto! Vieni con noi?”
Aveva all’incirca 18 anni ed un paio di occhi neri e vivaci. Il suo modo di sbaciucchiare un soldato di mezza età con cui si accompagnava mi ricordava quelle belle ragazze dei lupanari all’inizio del loro mortificante mestiere; ma il suo modo di vestire e la freschezza del suo viso senza una minima traccia di rossetto la facevano apparire come una ragazza apparentemente timorata di Dio. Tuttavia era una impudica, e come tale la giudicai proseguendo il cammino. Ma lei, dopo aver respinto il soldato, mi raggiunse e mi sorrise. Con garbo le dissi che non avevo un centesimo e che mi lasciasse in pace.
CAPITOLO XXXI - 2^ puntata
“Li avrai!...li avrai”, rispose animatamente. “Dimmi piuttosto, cosa ti è accaduto?”
Che domanda era mai questa? Che poteva significare? “Lo so”, prosegui, “ tu avevi ragione”
Ritenni di avere a che fare con una inferma di mente e tacqui. Pioveva fino fino. Lei continuava a parlare ed io, camminando a lato senza prestarle orecchio, osservavo il suo modo di gesticolare ed il suo bel seno di donna ben fatta. Ad un certo punto mi diede una gomitata e mi sventolò sotto il muso un foglio di carta dicendomi: “Leggi, leggi”. Lessi. “Francesca, bella mia, se Antonio giungerà a Ciorlano ti potrai considerare fortunata; anzi sarò io il fortunato, perché lui ti racconterà tutto. Non posso dirti altro perché il camion sta per partire. Ciao, bella mia, Antonio”.
“Non ci capisco niente”, dissi restituendole il foglio.
“E invece è chiaro!”
“E’ probabile che sia chiaro, però io non ci capisco niente. Non conosco Antonio e non so chi tu sia”.
“Comprendo…non sai chi sono! Io sono Francesca. Antonio è il mio fidanzato ed Antonio si chiama anche chi mi ha portato il biglietto. E’ chiaro?...Io ricordo che mi domandasti per tre volte il mio nome ed io per tre volte te lo dissi chiaramente: Francesca…” si fermò improvvisamente, quando fissò in avanti ed esclamò: “Ecco, viene mia madre!...Il mago Ciccillo”.
Finalmente! Era una mia cliente di Larino! La guardai fisso negli occhi e ricordai: le avevo detto che possedeva occhi che riflettevano l’allegria del suo passato e la felicità futura. Ricordai anche che voleva sapere se il suo fidanzato si trovava in Siberia o nel Texas. Nel frattempo la madre, che si era avvicinata, esclamò: “Il mago di Larino da queste parti!...E’ una fortuna! La mia casa è grande e qui avrai più clienti che a Larino”.
Continuammo a camminare. In silenzio arrivammo in un piazzale che sembrava un ampio cortile dove erano allineati molti camion nordamericani. In uno di essi erano deposti dei cartelli segnaletici. Domandai a Francesca dove venissero eseguiti quei cartelli e lei mi disse che ad essi erano addetti due soldati americani nella cantina della sua casa. Poi cominciò a parlare di quei due e della particolare attenzione di uno di loro verso sua madre senza mai menzionare il mago di Larino. Giunti a casa di Francesca, lei mi condusse in cantina e mi fece conoscere i due soldati intenti ai cartelli. Poi passammo per la cucina, andammo al piano superiore, dove vi erano due stanze da letto, una per lei e una per la madre. Quando entrammo in quella grande mi disse: “Tu dormirai in questa stanza, va bene?”.
“Benissimo”, risposi, pensando che sarei stato almeno sotto un tetto e avrei potuto asciugarmi gli stracci che avevo addosso.
Capitolo XXXI - 3^ puntata
Francesca mi indicò l’unico letto che vi era e disse: “Dormirai in questo mentre io mi preparerò un letto in fondo alla stanza perché nell’altra dormirà mia madre. Quella è molto piccola e due letti starebbero troppo vicini”. Mi diede una gomitata e scendemmo in cucina. Pensai che mi ero incontrato con una pazza ma poi capii la vera intenzione di Francesca: voleva il mago nella sua casa e naturalmente i denari che egli avrebbe incassato.
Quando giunsero i due soldati americani, John e Luke, il tavolo della cucina si colmò di barattoli che i due avevano portato. La madre di Francesca apriva un barattolo, metteva il contenuto in un piatto e lo consegnava ad uno di noi. Vi era anche un grosso pane bianchissimo tagliato a fette ed acqua in un boccale di terraglia decorato.
Francesca, dopo aver mangiato, si alzò, disse qualcosa alla madre ed usci. Noi rimanemmo ancora un poco intorno al tavolo ascoltando John che parlava un italiano abbastanza chiaro; tra le tante cose ci informò che lui sarebbe rimasto poco tempo ancora da quelle parti, e che presto le truppe alleate avrebbero occupato Roma. Insistette dicendo che l’ostacolo era Monteccassino e che una volta espugnato quel monte sarebbe stata più facile l’avanzata.
La madre di Francesca, una donna ben formata dall’aspetto molto giovanile malgrado i suoi quarant’anni, disse maternamente ai soldati che era l’ora di andarsene perché s’era fatto tardi. I due, come figlioli ubbidienti, si alzarono, salutarono e uscirono. Poco dopo la madre di Francesca mi salutò e salì al piano superiore.
Io ero rimasto al mio posto, in attesa di Francesca.
Il tempo trascorreva ma lei non tornava; incominciavo ad avere sonno e perciò decisi di andarmene a dormire. Una volta nella stanza assegnatami, mi tolsi gli stracci umidi che avevo addosso, mi infilai il pigiama che Francesca aveva messo sul mio letto e mi sprofondai sotto le coperte.

Capitolo XXXII

Mi ero svegliato presto: una viva luce penetrava attraverso una finestra, quella nel fondo della stanza, proprio di fronte al letto di Francesca.
Chiamai Francesca per assicurarmi se era tornata senza avere risposta; subito dopo sentii aprire la porta di casa, tesi l’orecchio, udii dei passi su per le scale ed ecco apparire Francesca che, in punta di piedi e con le scarpe in mano, raggiunse il suo letto.
Mi sentii quasi offeso perché Francesca mi era passata vicino e non mi aveva rivolto neppure uno sguardo mentre io desideravo tanto vederla. Mi avvicinai al suo letto e la trovai coricata vestita. Mentre mi accingevo ad accarezzarla lei mi disse: “Sarà domani”.
Scesi in cucina e poi in cantina. Fra i tanti cartelli ce n’erano molti con la scritta “ROMA” sottolineata da una grande freccia. Sugli altri cartelli c’erano appena accennate a matita sia la scritta Roma che la freccia. Senza esitare presi un pennello fra i tanti apparsi su un tavolo, cercai il barattolo della pittura usata da loro ed incominciai a dipingere.
Tutto il giorno l’avevo trascorso dipingendo cartelli e verso sera, con i due soldati, andai in cucina da Francesca. Mangiammo come la sera precedente, insieme, poi la ragazza si alzò, disse qualcosa alla madre, e questa volta senza salutarci, se ne andò. Noi rimanemmo circa un’ora ancora parlando dello sbarco di Anzio e della difesa acerrima di Montecassino. Finalmente i due militari se ne andarono, la donna andò a dormire ed io rimasi solo con l’intendimento di aspettare Francesca. Dopo molto tempo sentii aprire la porta di casa, vidi un’ombra salire le scale e non tardò molto che sentii dei passi, poi un breve silenzio ed infine il tonfo di due scarponi seguito dal cigolio del letto della madre di Francesca.
Vinto dal sonno andai a coricarmi.
Malgrado Francesca non tornasse ancora, qualcosa mi diceva che lei non era uscita per andare a fare l’amore. Non poteva essere una meretrice perché queste si acconciano e si imbellettano prima di incontrare i loro clienti, al contrario di quanto faceva lei: che non si dava nemmeno uno sguardo allo specchio.
Alle prime luci dell’alba sentii aprire la porta di casa, poi un rumore su per le scale ed un leggero chiudersi di porta nella stanza della madre. Non era lei dunque. Cominciavo ad immaginare Francesca fra le braccia di un soldato, ma era un pensiero che mi ripugnava.
Udivo solo lo scricchiolio del letto nell’altra camera e per un momento pensai che a dimenarsi non fosse la madre ma la figlia.
Non avevo sentito un minimo rumore lungo le scale, però vidi improvvisamente spalancarsi l’uscio della stanza mentre Francesca, con le scarpe in mano, andava difilata verso il suo letto.
All’ancora debole luce che penetrava dalla finestra la scorsi poca discosta dal suo letto, rivolta verso di me, diritta ed immobile. Poi incrociò le braccia e in un rapido movimento sollevò le vesti e se ne liberò: Con una mano accarezzò dolcemente il suo ventre e il seno, poi guardò immobile verso la finestra. Finalmente lasciò scivolare lunghe le gambe le sue piccolissime mutandine bianche. Con un po’ di fatica tolse dalla parete un grosso specchio, lo portò sotto la finestra, lo mise in modo da potersi vedere tutta: cosicché io, a mezzo dello specchio, avevo modo di ammirare il suo bel corpo visto di fronte mentre godevo a guardare le reali forme del tergo. Francesca girava più volte su se stessa, ergeva il petto e stendendo le braccia in avanti reclinava la testa indietro. Dopo una pausa alzava una gamba fino a farla assumere una posizione orizzontale; un’altra pausa e lentamente ritornava nella positura iniziale. Ripeteva la stessa cosa con l’altra gamba. Quando eseguiva questi movimenti io venivo sorpreso da un moltiplicarsi di immagini non discernendo la figura reale da quella riflessa nello specchio. Avevo l’impressione che Francesca stesse eseguendo un rito, ma non ne afferravo il significato. La ragazza tornò vicino al letto mise lo specchio sul pavimento e, tolti dal cassetto del suo comodino dei ciuffi di peli dai colori diversi, che sembravano piccolissime parrucche provava a metterli e a toglierli, uno dopo l’altro, delicatamente tra le gambe osservando l’effetto nello specchio. Povera Francesca, non era che una meretrice! Ebbi una sensazione, non so se di ripudio o di pena, ma non volevo che la mia passione per lei finisse così malamente. Le chiedevo mentalmente perdono di averla spiata e di averla sognata accarezzandola e baciandola appassionatamente.
Spinto da un invincibile impulso mi trovai vicino al suo letto. Pareva dormisse. Infilai la mano sotto le coperte e cercai la sua; via via che gliela stringevo lei faceva altrettanto con la mia, ma così forte da farmi quasi male. Sollevai piano piano le coperte e la chiamai dolcemente; non mi rispose, si umettò le labbra e si girò lentamente. Mi sarebbe piaciuto contemplarla così, ma la coprii temendo che sentisse freddo. Continuavo a chiamarla mentre le accarezzavo dolcemente il viso ed il seno. La chiamai ancora e lei improvvisamente mi rispose: “Ciccillo!...Ciccillo…” Mi fece spazio vicino a lei, mi infilai sotto le coperte, e mentre l’accarezzavo a la stringevo sentii fremerla: vidi i suoi begli occhi neri socchiudersi, e si abbandonò tutta a me, freneticamente, mentre mi diceva: “Grazie Ciccillo!...Grazie…”
CAPITOLO XXXIII
1^ puntata
Francesca non usci più di notte. Aveva rimosso il suo letto dall’angolo dello stanzone e dormiva con me. Mi chiamava Ciccillo perché da quelle parti questo nome è il vezzeggiativo di Francesco che è il mio vero secondo nome.
Le poche lire che mi davano per il mio lavoro da pittore di cartelli erano sufficienti per sbarcare il lunario in tre. Francesca l’avrei portata a Roma, e lei era così contenta che non passava giorno senza mettere qualcosa nella sua valigia chiedendomi se sarebbe servita. Mi faceva domande su tutto: sul Colosseo, sul mare di Ostia, sui pini di Roma e su tutti i luoghi che io le illustravo per vedere i suoi occhi pieni di meraviglia. Però quando giunse il momento di partire mi disse che non sarebbe venuta. La conoscevo bene; Francesca era una ragazza intelligente con idee chiare, e quando si proponeva di ottenere qualcosa superava qualsiasi ostacolo pur di riuscirvi. Non sapevo rendermi conto, perciò, perché rinunciasse a seguirmi. Glielo chiesi e lei mi rispose: “Perché ti voglio bene ed ho le mie ragioni per fare così”. La madre mi disse: “Aspetterà Antonio. Lei non vuole seguirti perché ti vuole troppo bene. Sai, Roma è grande, e…il lupo cambia il pelo ma non il vizio…Conosco mia figlia”.
Francesca mi accompagnò piangendo fino a Ciorlano.
Mi proponevo di andare a Formia e da lì a Roma senza allontanarmi molto dal Tirreno, ma il movimento delle truppe alleate mi rendeva impossibile continuare. Si diceva che da quelli parti erano raggruppati altri trecentomila soldati e circa quattrocento carri armati oltre una quantità enorme di camion e di jeeps. Non si vedeva in giro un solo uomo: soltanto macchine e cannoni. L’unica persona a piedi sarei stato io.
Non trovai altra via di uscita che quella di scalare il monte più vicino, proponendomi di poter vedere da lì cosa stesse succedendo. Ero giunto quasi alla cima, quando mi fermai per rendermi conto che ero entrato in una morsa da cui non sarei uscito da nessuna parte. Guardai in basso; intravvedevo la città di Cassino, poi d’improvviso si alzò un nuvolone scuro e pesante che si sparse verso l’alto con riverberi di fuoco. Quando la frangia esterna cominciò a dileguarsi riconobbi l’Abbazia di Montecassino che sembrava tutta lavata dalla pioggia di cui cadevano le ultime gocce. Via via che si disfaceva quel velo scuro attendevo di vedere il verde della campagna, invece le falde del monte e l’ampia vallata non era che terra bruciata su cui qua e là vi erano mucchi di pietre nere. Ma qualcosa apparve laggiù: quella che doveva essere la stazione ferroviaria di Cassino non era che un intricato ammasso di rotaie, di vagoni bruciati sparpagliati intorno e contro i fabbricati fumanti ridotti a rovine: e quei punti neri come formiche che si muovevano erano forse uomini presi dal panico o impazziti perché pareva stessero sempre nella stessa area come se un cerchio di fuoco li tenesse prigionieri. O era gente disperata che si affannava intorno ad altra gente che gemeva sotto le macerie e tra le lamiere contorte dei vagoni. Quando la viabilità fu più completa vidi i soldati alleati che stendevano la oro biancheria al sole che brillava sopra un mare di fango rossiccio.
Capitolo XXXIII - 2^ puntata
Non riuscivo a vedere nessun tedesco. Dove erano? Quello che in cuor mio mi auguravo fosse una calma duratura mi dava, invece, un senso di angoscia come quella che precede un uragano.
Avrei voluto andare oltre, ma il fango e le pozzanghere me lo impedivano. Trovai una piccola area completamente asciutta, come se fino ad allora fosse stata occupata da qualcuno e trovai giusto lo spazio per sedermi. Scrissi sul mio taccuino:” martedì 14 marzo 1944, ore 9. Partito da Ciorlano ho dato l’addio a Francesca. Adesso (ore 18?) mi trovo su un monte da dove vedo Venafro, Cassino e Montecassino”.
Con alcune strisce di legno che trovai intorno potetti costruirmi una specie di cassa funebre e mi ci adagiai dentro; le altre strisce che avevo disposte a portata di mano le collocai trasversalmente una accanto all’altra in modo da servire da coperta e da tetto. Mi sentivo così comodo là dentro che non potei fare a meno di ringraziare Dio per essere finalmente un sepolto in pace. Dissi ad alta voce “in pace” perché pensai a quel diabolico condottiero che fece tremare più volte il castello di Montecatini prima e quello di Montecassino dopo e che prima di morire espresse l’ultima terribile verità: “Voglio che mi si seppellisca con la faccia in giù perché così so che dopo la mia morte il mondo sarà sottosopra”.
Stavo per addormentarmi, quando mi venne in mente di chiedere a lui, all’invincibile condottiero, il suo parere sulla drammatica situazione di Montecassino. E dissi a voce alta: “Che cosa escogeresti tu, Castruccio Castracane, per espugnare quell’enorme bastione che è l’Abbazia di Montecassino?” Fra un immaginario scalpitio di cavalli mi parve che una voce dicesse: “Figliolo, quello più che un bastione dove sono asserragliati uomini agguerriti, è un castello, simbolo di fortezza dello spirito e di cultura di tutte le epoche. Esso dovrebbe essere rispettato dalle due parti in guerra ed espugnato dal più forte servendosi della tattica militare medioevale: assedio ad oltranza fino alla resa per fame. Ma tutto questo è stato superato dall’impensabile tecnologia applicata alla strategia e alla tattica militare moderna”. Dopo una pausa la voce continuò: “Purtroppo non vi è altro modo per stanare il nemico da quella che è diventata una fortezza che ricorrere alla sua distruzione totale con tutti i mezzi bellici oggi a disposizione, coordinando, cioè, le forze di terra e dell’aria. L’aviazione avrà il compito di proteggere le truppe di assalto e saranno queste con la loro potente offensiva a decidere la battaglia non prima di un intenso bombardamento effettuato dal cielo. La lotta sarà difficile perché il terreno da conquistare palmo a palmo è aspro e pieno di insidie. Ecco perché il nemico lo ha scelto come estremo baluardo di resistenza”.
Quando mi svegliai i bassi raggi del sole già penetravano tra le fessure del mio sepolcro di legno. Mi trovavo bene lì dentro, e avevo modo di osservare con calma il continuo agitarsi del pulviscolo atmosferico che appariva e spariva. Capii che il cielo si andava offuscando.
Doveva essere, forse, le otto quando si scatenò un fracasso infernale come se la terra si squarciasse e i monti sprofondassero in un immane abisso. Balzai dal mio sepolcro mentre il cielo grigio vibrava per l’assordante rumore di un gran numero di aerei che apparivano per un attimo per poi sparire al di là di una enorme cortina di fumo tra laceranti boati e tremende esplosioni che si susseguivano senza posa.
Erano apparecchi da bombardamento pesanti degli alleati che, in perfetta coordinazione con le forze terrestri, ad ondate regolari apparivano lasciando cadere tonnellate di bombe su Cassino e sul vicino monte. Vedevo ogni tanto apparire l’Abbazia di Montecassino illuminata dai bagliori delle esplosioni, ma già devastata da vari focolai di incendio le cui alte colonne di fumo nero, salendo, si univano fino a formare un’unica grande tromba come quella di un vulcano in eruzione.
3^ puntata Capitolo XXXIII
Un inferno che era appena all’inizio. I bombardieri di due divisioni americane effettuavano sistematici e massicci bombardamenti in improvvise picchiate a cui la tenace difesa dei tedeschi tenevano ancora testa, mentre le truppe alleate lottavano duramente su un terreno sempre più difficile a superare fra bombe non esplose e crateri che inghiottivano soldati e macchine.
I titani della lotta corpo a corpo “i ghurkas” britannici del Nepal, snidavano gli agguerriti soldati tedeschi, fra alternarsi di conquiste e riconquiste, mentre gli aviatori nordamericani mettevano in fuga stuoli di apparecchi da bombardamento nemici per evitare ulteriori distruzione di strade, case e ponti.
Ora i cacciabombardieri alleati effettuavano operazioni nella parte meridionale di Cassino mentre i primi carri armati entravano nei borghi settentrionali fra il fuoco incessante dell’artiglieria e le conseguenti deflagrazioni a catena. Malgrado l’infernale furia del fuoco, i tedeschi continuavano imperterriti a lottare provocando altro sangue e altre rovine.
Mentre la cruenta battaglia si svolgeva in tutta la sua selvaggia violenza, si vedevano affluire altre jeeps, altri cannoni, mentre i tedeschi cominciavano a ritirarsi verso l’unica scappatoia in un diluvio impetuoso di bombe.
La battaglia per la conquista di Cassino era incominciata dunque verso le otto del mattino ed erano forse le cinque del pomeriggio quando si poteva dire prossima alla fine.
I tedeschi in fuga si erano attestati al di là di Cassìno, per cui la mia speranza di raggiungere Roma lungo le coste del Tirreno era irrealizzabile. Riassestai il mio sepolcro di legno per trascorrere la notte, e decisi che sarei tornato da Francesca per proseguire poi per Villa Santa Maria. Stavo per giungere a Ciurlano quando vidi fermo un camion degli alleati destinato ad andare a Vasto, sulla costa adriatica. Non mi fu difficile farmi ospitare e dopo molte ore di viaggio potetti almeno raggiungere i monti di Guilmi per poi proseguire a piedi fino alle falde di Monteferrante e trovarmi di nuovo di fronte a Villa ed alla sua roccia.
Capitolo XXXIV - 1^ puntata
Percorrevo un sentiero dove erano visibili orme di scarponi e di quadrupedi, che poi si perdevano tra i ciottoli . Mi fermai sotto una grossa quercia. Attraverso uno squarcio della roccia, resa nera dal fumo di un fuoco spento, vidi un tratto di strada rotabile. Raggiungerla era difficile per la presenza di larghe pozzanghere, grossi massi rocciosi e fitti cespugli che mi sarebbero stati di serio ostacolo.
Percorsi con la fantasia quella via bianca, fino alle prime case, e tornai ad osservare l’intricata zona ove mi ero cacciato. Mi volsi per retrocedere ma non riuscii a localizzare il sentiero che mi aveva portato fin li. Mentre aguzzando la vista, riuscii a vedere le prime case di Villa, notai, attraverso i molti tronchi di quercia, tre bersaglieri. Li chiamai, ma non si volsero: avevano tra le mani una lunga canna che muovevano in modo che la punta sfiorasse il suolo al fine di individuare le mine e farle esplodere prima che i loro piedi inciampassero nella ragnatela invisibile dei micidiali ordigni. Mi accinsi ad andare verso di loro, ma il mio sguardo si bloccò sul corpo di un uomo steso tra i cespugli e ricoperto in parte da zolle di terra: la bisaccia e la cassetta di elemosiniere lasciate vicine mi fecero riconoscere in quel corpo l’eremita della Madonna in Basilico. Stavo per andargli vicino quando sentii gridare dai tre bersaglieri contemporaneamente: “Fermati!” In quel momento sentii un tremendo boato ai miei piedi e vidi un albero sradicato lanciato verso di me che ero già travolto nella voragine provocata dalla mina. Ebbi la forza di dimenarmi per poter affiorare con la testa dalla massa di terra rovesciata misi addosso, mi parve di vedere i tre bersaglieri impietriti che mi guardavano sbigottiti mentre le mie mani grondavano sangue e gli occhi mi bruciavano come toccati da un ferro rovente: poi fu buio e con un grido lacerante caddi stroncato nel cratere.
Mi ritrovai in un casello ferroviario vicino alla stazione di Villa Santa Maria.
Intorno a me c’erano tanti volti immobili che mi guardavano in silenzio. Riconobbi quello di una mia cuginetta, Giulia, alla quale chiesi se mia madre stesse a Villa: parlò ma non udii la risposta. Dovette leggere l’implorazione dai miei occhi perché assentì con la testa e pianse. Più tardi fui trasportato in una casa vicina e l’indomani tornò a visitarmi un ufficiale medico polacco. Dalla sua espressione capii che mi sarei salvato. Giacevo su un letto in una stanza del piano superiore, sempre circondato da gente che abita la parte al di qua del fiume. A tutti chiedevo se avessero visto mia madre; essi rispondevano con un lieve cenno del capo, poi qualcuno, gridando forte vicino ad un mio orecchio, disse: “Prima che il ponte crollasse”.
Veniva sempre più gente che mi voleva vedere. Ritenevano il mio un caso singolare perché tristemente ben sapevano che lo scoppio di una mina significava morte, e chiedevano il nome dell’ucciso. Questa volta, però, avevano appreso che il malcapitato se l’era cavata.
Quando si fece notte e fui solo, notai che riuscivo ad udire soltanto un frastuono e vedevo appena la fioca luce che penetrava dal buco della serratura della porta. Pian piano mi addormentai.
Ad un tratto fui svegliato da qualcuno che mi sussurrò tanto volte all’orecchio qualcosa che alla fine capii: veniva la pattuglia della morte. Ed entrarono tutti nella mia stanza: si sarebbero fatti coraggio stando tutti uniti.
In quell’atmosfera di panico contenuto non era possibile che io continuassi a restare a letto. Implorai Dio che mi facesse riacquistare l’udito e che mi desse il vigore necessario per dare aiuto a quella buona gente. Pregavo ad alta voce: “Dammi la forza di vivere ancora un poco, Dio mio, poi fammi morire”.
Mi alzai con uno sforzo e mossi qualche passo. Nel silenzio profondo mi parve di udire il tipico rumore cadenzato degli scarponi. Erano soldati tedeschi che avanzavano. L’uomo che vigilava attraverso uno spiraglio della finestra sussurrò: “Eccoli, sono qui sotto”.
Se avessero avuto sentore della nostra presenza ci avrebbero portati via anche con qualche ragazza. Ma i passi cadenzati, con nostro grande sospiro di sollievo, si allontanarono verso il sentiero delle fornaci che scendeva al fiume. I tedeschi vi andavano ogni notte a quell’ora e sapevano dove le acque erano meno profonde.




Capitolo XXXV 1^ puntata
La mattina seguente, quando il sole apparve dietro la cima di Monteferrante, ero già nel piano tra l’impetuoso Turcano ed il Sangro in piena. Camminavo cercando di vedere su, oltre il fiume, ma i fitti pioppi me lo impedivano; uno di essi, più alto di tutti, richiamò la mia attenzione: la sua ombra lunghissima che compariva e scompariva per il gioco di alcune piccole nuvole, col sole, sembrava come cernierata alla base dell’albero. Il suo proiettarsi molto lontano e l’accorciarsi graduale mi dette l’idea di uno stretto ponte levatoio in azione. Potevaessere quel pioppo il ponte per superare il fiume! Ne parlai a due uomini che passavano e poco dopo, gli abitanti di laggiù mi erano intorno, aspettando che io decidessi il da farsi. Ad un mio invito mi seguirono ed in meno di un quarto d’ora il pioppo fu abbattuto. Portando il tempo di una marcia suonata con un’armonica a bocca perché il millepiedi umano non inciampasse, trasportammo il pioppo nel luogo da me prefissato.
Con un megafono improvvisato spiegavo agli uomini del’altra riva, il modo di procedere. Frattanto alcuni, al di qua, avevano legato due corde all’una ed all’altra estremità del pioppo. Quelle che sarebbero rimaste dalla nostra parte furono cinte intorno ai resti di solide mura, mentre le altre due furono lanciate sulla sponda opposta dove furono raccolte dai più pronti. Con quella specie di megafono esortavo tutti ad attenersi alle mie istruzioni ribadendo soprattutto di tirare le funi simultaneamente appena avessi dato il via. Quando li vidi tutti concentrati sull’operazione, detti l’ordine.
“Uno…due…tre…Via!”
Il palo stava passando senza toccare l’acqua; ma ad un tratto gli uomini dell’altra sponda si trovarono in difficoltà perché esso si dispose diagonalmente, toccò l’acqua che cominciò a trascinarlo assieme alla gente che non mollava le funi. Gridai come un forsennato: “Forza! Forza!”
Raggiunta finalmente una grossa pietra il palo si fermò e, non appena esso fu assicurato da ambo le parti, vi saltai a cavalcioni avanzando lentamente con cautela. Riuscivo già a distinguere i miei due fratelli coi loro occhi fissi sopra di me. E vidi mia madre che mi sorrideva attorniata dai parenti. Poi il suo sorriso si spense come svanito nell’aria, e quando capii che quella era stata una allucinazione, persi il controllo di me e rotolai intorno al palo. Sentivo che la gente gridava, che mi diceva di reggermi forte; strinsi le gambe attorno al paolo come una morsa e mentre ansimavo e mi dimenavo nell’acqua, inavvertitamente avanzavo.
Allo stremo delle forze raggiunsi l’altra riva. Appena toccata terra vidi che un uomo s’era messo a cavalcioni sul palo ed un altro che lo stava seguendo.
Cominciai a salire la ripida scarpata e poi i cento e più gradini fatti di ciottoli, fiancheggiati da due quinte di case merlate; di corsa attraversai la piazza scoscesa ed il corridoio fino alla galleria del castello Caracciolo che immette nella nuova Villa. Ancora l’arco dei Pollice ed apparve la mia casa.
Capitolo XXXIV – 2^ puntata
Ancora silenzio. Agli altri arrivò il rumore lontano di altri passi cadenzati che ci rasserenarono. Era una pattuglia nordamericana che saliva dal fiume.
Pian piano ritornò il vocio di prima ed io cominciai a sentire quelli che mi erano più vicini senza sapere chi fossero perché eravamo immersi nella più completa oscurità. I soldati tedeschi forse erano già arrivati al di là del fiume. Udimmo una forte detonazione che ci fece sobbalzare. Qualcuno aveva notato, sbirciando dalla finestra, una colonna di fumo che saliva dal centro dell’abitato nella zona alta della città al di là del fiume. Passò molto tempo senza che qualcuno parlasse e si muovesse. In quel silenzio mi resi conto che cominciavo a sentire i piccoli rumori esterni quasi senza difficoltà. Anche gli occhi avevano da un pezzo cessato di bruciarmi e vedevo pressoché normalmente. Decisi di muovermi. Scesi a valle, attraversai il torrente Turcano, raggiunsi il Sangro, e dal piazzale Sant’Antonio, dove il ponte era stato fatto saltare, osservai il fiume. L’acqua raggiungeva una profondità che non era possibile determinare in quel tratto ampio formato dall’insenatura della roccia.
Sull’altra sponda si andava formando un gruppo di persone che discese dall’abitato alto per vedermi, agitavano le mani, alcuni con i fazzoletti mi gridavano parole che non riuscivo ad afferrare a causa del fragore delle acque.
Arrivava ancora altra gente: bambini, uomini, donne; ma mia madre non c’era.
CAPITOLO XXXV - 2^ puntata
Tanta gente mi attendeva; ma mia madre non c’era.
Non mi fermai; entrai chiamando. Stanze vuote, finestre chiuse e la polvere su tutte le cose. Ripresi a camminare: ancora gradini, altri gradini, su verso la rocca di Montepenne. Ridiscesi, imboccai viuzze che sembravano aprirsi come fenditure fra le case e giunsi in un piccolo luogo, davanti alla casa di mia zia, la sorella di mia madre: nelle braccia di lei avrei pianto il mio dolore. Entrai. Strisce di mussola intrise di sangue erano stese su un filo in un angolo della stanza; più in là, in una cuna, giaceva un bimbo morto; a destra sotto il camino, cenci ammucchiati di sangue, un lenzuolo, come bianco sudario, avvolgeva una bimba anch’essa morta; altri due bimbi di tenerissima età, come abbracciati, erano senza vita, una donna accasciata sul pavimento con la faccia contro la parete forse si era spenta da poco.
In quell’uomo che aveva la testa e l’addome fasciati, riconobbi Leonardo, il più forte di Villa, colui che teneva a bada i cavalli inferociti, aveva appena la forza di mandare gli ultimi respiri prossimo a morire. Al di là di una porta semiaperta, da dove provenivano deboli lamenti, vidi un tavolo da cucina, intorno a cui, in piedi si avvicendavano diverse persone.
Varcai la soglia: due uomini in camice bianco ed una donna molto giovane, chini sul tavolo, erano aiutati da altri due, forse medici, mentre una donna impartiva a bassa voce degli ordini. Indubbiamente i primi due erano chirurghi perché era chiaro che stavano operando. Se qualcuno si fosse mosso avrei potuto vedere chi giaceva sul tavolo. Improvvisamente gridai: “Mamma!...”
Colei che impartivi gli ordini era mia madre e la giacente sul tavolo, mia zia.
Era accaduto due notti prima: i soldati tedeschi discesi per il sentiero delle fornaci avevano attraversato il fiume e si erano diretti verso una oreficeria; forzata la porta agguantarono la cassaforte, ma nell’impossibilità di aprirla avevano collocato una bomba e cassaforte e casa saltarono in aria. Nel piano superiore dormivano molte persone che furono tutte travolte dalle macerie.
Quei dannati tornarono con le lanterne, ma s’imbatterono in corpi dilaniati e feriti sanguinanti.
Mia madre, accorsa sul luogo, vi rimase tutta la notte per trarre dalle macerie gli infortunati, alcuni dei quali morirono quasi subito in questa casa dove ora la sorella veniva operata.
CAPITOLO XXXVI
1^ puntata
Dopo dieci anni mi trovavo di nuovo nella mia stanza, nel mio stesso letto, col guanciale verso la finestra per poter meglio vedere fuori quando mi sarei svegliato. Fu una notte senza sonno. Udii delle voci sotto la mia finestra e sporgendomi appena, scorsi davanti al portone della casa di fronte, due soldati tedeschi, che bisticciando fra di loro nel caratteristico modo degli ubriachi, stavano posando sull’angolo sinistro dell’unico gradino una piccola cassa che, indubbiamente era piena di esplosivo.
Fra poco quella casa sarebbe saltata in aria mentre io non avevo nessuna idea per salvare i miei vicini. D’un tratto apparve un uomo imbacuccato ed affannato che disse con voce risoluta: “Che diavolo state facendo?”
“Podestà” , rispose un soldato, “vogliamo i liquori che sono in questa casa. Abbiamo bussato più volte ma non risponde nessuno”. “
“E vorreste far saltare la casa?” rispose con ira il podestà.
I due soldati assentirono.
“ Questa casa salterà con me” disse forte il podestà aprendo le braccia contro la porta e con la faccia risolta ai due.
“Lo faremo” disse uno dei due.
Roberto Castracane, il podestà, sapeva che essi non avrebbero esitato a mettere in atto il loro truce disegno. Ed incominciò ad urlare da forsennato: “Pierina!...Pierina!... Apri se non vuoi morire con i tuoi figli e con tuo marito”.
Mentre i due si accingevano a dar fuoco alla miccia vidi il podestà che, presa una rincorsa andò a finire pesantemente contro il portone di fronte che si spalancò.
I due tedeschi dovettero frugare molto prima di trovare i liquori perché il marito di Pierina aveva murato le bottiglie in una parete dello scantinato.
Si era fatto quasi giorno quando sentii strapparmi le coperte e tirarmi per un braccio giù dal letto verso la stanza vicina. Era mia madre che, posta una sedia al centro della stanza, si tolse furiosamente la gonna, me la infilò e mi impose di sedere , poi mi cinse il capo con un grosso fazzoletto coprendomi quasi tutto il viso. Nell’andare in cucina rivolta a me si mise l’indice sulla punta del naso per tre volte consecutive.
Stavo per spiegarmi questa messa in scena quando vidi entrare un soldato tedesco con una lunga treccia d’agli appesa alla spalla sinistra e armato di rivoltella e pugnale, si diresse verso me che stavo immobile e in silenzio. Dette un rapido sguardo sotto la mia gonna per vedere se nascondessi delle bottiglie, poi cominciò ad ispezionare tutte le stanze. Mia madre gli era sempre dietro armata di un grosso paio di forbici che teneva con la mano destra sotto il grembiule. Quando quell’affamato stava per uscire, mia madre tirò fuori le forbici e le portò fino alla nuca del tedesco, lentamente poi, le riportò giù e con destrezza tagliò un aglio dalla sfilza. Io, intanto, fermo come stavo, riandavo col pensiero a quel momento in cui il soldato s’era chinato per vedere se sotto la maia gonna ci fossero delle bottiglie. Non era stato tanto quel gesto ad indignarmi ma il modo con cui era entrato fra gente incapace di far del male, armato di pistola e pugnale. Una violenza alla quale mi ribellavo e contro la quale bisognava reagire.
CAPITOLO XXXVI
2^ puntata
Pensavo ai suoi commilitoni che, disseminati nei boschi, apparivano di giorno o di notte fra le strade,nelle case, commettendo i più impensati atti di barbarie; strappavano i ciondoli d’oro dal collo delle donne, frugavano nelle tasche dei vecchi per vedere se avessero un orologio, accarezzavano i bambini allo scopo di ottenere delle informazioni per poi scacciarli brutalmente. Mi avevano raccontato di un ragazzo di sette anni, di nome Pietro, che si era molto affezionato ad un maiale che chiamava Ciccio. Otto soldati tedeschi, dopo aver fatto irruzione nella sua casa, legarono la bestia per il collo e lo trascinarono fuori fin sotto un albero d’olivo dove il ragazzo li raggiunse, implorando con un pianto irrefrenabile che gli restituissero il suo Ciccio; ma quelli lo derisero e lo scacciarono.
L’indomani quando Pietro ritornò con la speranza di riavere il maiale, trovò quegli otto soldati che, arrostita la bestia ne tagliavano delle lunghe fette divorandole fra sghignazzate e atti disgustevoli. La testa di Ciccio era appesa ad un albero, e quando il piccolo Pietro chiese che gli dessero almeno quella, un soldato la prese e la sotterrò, mentre con un coltello minacciava il ragazzo che piangendo fuggì terrorizzato. Mi avevano raccontato, con rabbia impotente, che qualcuno di loro cominciava ad insidiare le giovanette per ignobili fini.
In una terra mai violata sapevo di madri umiliate, di spose disperate, di uomini uccisi al primo cenno di ribellione. Ed escogitai un piano. La sera andai dal podestà, sicuro che lui mi avrebbe aiutato. Era solo e mi invitò ad entrare in cucina. Più che una cucina si poteva definire un “living” caratterizzato com’era da una cappa amplissima che invadeva gran parte dell’ambiente e che racchiudeva, a sua volta, un’altra cappa sotto la quale ardevano grossi tronchi di querce. Protetta da quella specie di enorme campana c’era un’area con tante sedie dove si stava come in trono. Gli andavo esponendo il mio piano di lotta e vedevo che lui mi seguiva attento senza però né assentire né dissentire. Ma quando esclamai con forza che era tempo di farla finita, egli mi rispose: “E’ necessario… ma è estremamente rischioso perché essi si avvalgono della legge del taglione”.
“Nel nostro caso”, dissi, non la potranno applicare perché noi non ci proponiamo di ucciderli ma solo di disarmarli”.
Roberto, che come cacciatore di lupi era un esperto conoscitore dei luoghi, aggottando le sopracciglia concluse: “Si, loro possono scendere a Villa per un unico sentiero e poi sono costretti a percorrere un piccolo tratto fra due pareti di roccia; l’assalto dovrebbe avvenire in quel punto. Però in quel luogo, in quella gola, bisogna prima addestrare gli uomini con assalti simulati. Soprattutto, aggiunse, bisogna conoscere l’ora precisa in cui scendono, sapere quali e quante armi portano, e non attaccare se procedono a gruppi isolati.
Il giorno seguente all’alba andai nel bosco, alla roccia spaccata indicavamo da Roberto; Un sentiero fatto di ciottoli si inoltrava nella fenditura della roccia così stretta da lasciar passare solo una persona.
Aveva una lunghezza di oltre venti metri e profonda poco più dell’altezza di un uomo. Dopo aver bene esaminato quella gola e il luogo circostante che era folto di querce e di cespugli, fui in grado di dedurre che, una colta a conoscenza dell’ora esatta in cui i tedeschi sarebbero passati, ognuno di noi, fino a quel momento ben nascosto, sarebbe saltato sull’uomo designato che sopraffatto dall’improvviso peso non avrebbe avuto modo di sottrarsi stretto fra le pareti della roccia. Disarmarlo allora, non sarebbe stato difficile.
Era però necessario un tenace addestramento.







 
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