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IN OCCASIONE DELLA FESTA PER I 70 ANNI DEI NATI NEL 1939
Nicola Colecchia si è così espresso
Un sentito grazie va a Costantino Porreca e Francesco Saccone che si sono lodevolmente adoperati per organizzare questo bellissimo convegno. Essi mi hanno pregato di dire qualche parola, di noi e per noi. Così, come spesso accade, loro hanno lavorato e io chiacchiererò; si suol dire che "la peggior ruota del carro è quella che fa più rumore".
Grazie a tutti voi per essere così affettuosamente intervenuti. Grazie anche a quelli che lo avrebbero desiderato, ma hanno fatto sapere che non avrebbero potuto essere qui con noi. Ci piace ricordarli uno per uno:
Luigi Basilavecchia
Antonio D'Abbenigno
Maria Rosa D'Orazio
Francesco Di Nino
Nicola Marchetti
Nola Marchitelli
Anna Mingone in Longo
Pina Pellegrini ved. Saccone
Giorgio Sabatini
Fernanda Sammarone in Castiglioni.
Un caro pensiero va pure a quelli che nel corso di questi anni ci hanno lasciato per sempre:
Benito Breda
Antonio Dell'Orefice
Angelo Di Paolo
Enzo Falconio
Giovanna Fantini
Genesia Marchetti
Nicola Palena
Francesco Rulli
Nicola Sabatini
Tecla Sulpizi
Siamo certi che queste care persone stiano gioendo con noi. La nostra gioia ha i limiti dell'umano e magari è più ingenua; la loro è più consapevole e matura, ma sicuramente non meno partecipata.
Mi pare di capire che in questo momento nella mente di ciascuno di noi si affollano mille pensieri e se si insegue uno qualunque di essi si giunge invariabilmente a una sintesi di due parole: "Sembra ieri".
Sembra ieri quando la mamma e la zia portavano me e la cuginetta (quella bambina seduta laggiù) al boschetto; sembra ieri quando, stando davanti alle nostre case, potevamo vedere i bombardamenti della seconda guerra mondiale sui paesi circostanti; ieri quando frequentando l'asilo delle suore cominciammo a esibirci nelle recitine davanti a genitori e parenti e a nutrire le prime simpatie per l'altro sesso. Poi venne la scuola elementare: una maestra sfollata, contusa e claudicante, portava sulla sua persona i segni coi quali era scampata ad immatura fine dalle macerie della sua casa bombardata.
Nella mia memoria c'è anche un'aula di quinta elementare adibita a classe maschile al mattino e femminile al pomeriggio. Essendo la figura del bidello sconosciuta all'epoca, l'aula era abbastanza sporca. Il maestro della maschile era convinto che a sporcare in maniera abnorme fossero le femminucce e mi mandò un pomeriggio a lamentarmi con la loro maestra. "Ambasciatore porta pena" giacché le femminucce non appena sentirono la mia lamentela inscenarono una specie di rivoluzione. Il mio maestro non si dava per vinto e, recalcitrante, dovetti tornare alla carica (ai maestri allora si doveva ubbidire) e questa volta non appena le aggressive bambine mi videro comparire sulla porta dell'aula scoppiarono in una fragorosa risata. Io arrossii e non mi restò che scappar via.
Sempre in quinta, un giorno il maestro mandò un alunno a procurargli un "paio di forbici". Quello sembrava non tornare più e quando ricomparve, con in mano due forbici, al rimprovero del maestro per la lunga attesa rispose che "una forbice ce l'aveva sua nonna", ma l'altra l'aveva dovuto chiedere a "Za' Mengarelle" che in quel momento era andata alla stalla. Il maestro: "Ma io ti avevo detto un paio di forbici" e l'altro:" E chiste ne è du'?"
Un'altra delle "istituzioni" che ha improntato la nostra infanzia è stato il cinema ENAL. Ricordo che quando, a causa della guerra, le comunicazioni si interruppero non arrivavano più nuove pellicole, ma una era rimasta "bloccata" a Villa - Ninochka con Greta Garbo - . Sicché, con regolare periodicità si continuò a proiettare quella, al punto che quasi tutti la impararono a memoria. Poi le comunicazioni si riaprirono e nuovi film arrivarono. Uno dei primi fu un poliziesco. Il maestro Scipione Pollice, fervido di idee, nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo della proiezione lanciò una lotteria: tra tutti quelli che avrebbero scritto sul biglietto di ingresso il nome esatto dell'assassino avrebbe estratto un premio. Tutti gli spettatori sfoderarono la propria arguzia e liberarono la fantasia. Il più originale fu uno che scrisse sul biglietto: "L'assassino è Filoteo" (l'addetto al controllo dei biglietti all'ingresso del cinema, n.d.r.).
Poi alcuni bambini/ragazzi divennero aspiranti di Azione Cattolica e le femminucce beniamine, con Don Giulio Melatti.
Intanto le elementari erano finite e già qualcuno di noi (veramente pochi) lasciava il microcosmo villese per l'inizio di una precoce avventura lavorativa. Ma in generale si può dire che i ragazzi di condizione socio-economica meno fortunata andarono a frequentare la scuola di avviamento professionale, diretta dal Prof. Michele Marchetti. A quest'ultimo va il merito di aver fatto (insieme al suo "staff" formato dal Prof. Fausitino Di Cicco, lo chef Alfredo Cotumaccio ed altri) il massimo sforzo (magari anche ricorrendo a una certa severità) per elevare quei ragazzi che poi, nella vita espressero tutto il potenziale che avevano "covato" nel seno delle loro modestissime famiglie.
I ragazzi di condizione più agiata (ma per la quasi totalità di loro dire "agiata" era un vero parolone) andarono alla scuola media che era a pagamento. Qui il preside Gnagnarella, sotto il coordinamento del Prof. Pierantoni e poi la preside Naldi, coadiuvati da valorosi insegnanti, diedero ai loro allievi una preparazione della cui solidità essi si giovarono nel prosieguo dei loro studi superiori e (spesso) poi universitari, nonché nella vita.
Vennero la guerra fredda e la guerra di Corea. Ricordo le prime dispute tra ragazzi degli opposti schieramenti che cominciavano ad avere pretese di analisi politica.
Venne a Villa un nuovo Parroco: Don Vincenzo Fioriti. Egli, prete tra la gente, rifondò la società sportiva e tra le iniziative finalizzate a tenere i giovani impegnati in attività sane, ci fece fare una recita. Si trattava di un giallo. Nel momento di massima suspense della rappresentazione, un indagato dovendo rispondere alla domanda del commissario circa quando avesse visto la vittima per l'ultima volta rispose: "Propo iero". Tra il pubblico si avvertì qualche risatina. Ma quando il fratello della vittima - nella finzione, un nobiluomo - dovendo ordinare ai suoi servi di sistemare il feretro disse: "Allongatelo qua" la risata del pubblico fu fragorosa: il dramma si era tramutato in farsa. Ci impegnammo poi in una farsa nella quale successe qualcosa di drammatico che ristabilì gli equilibri. Ma andava bene anche così; l'obiettivo che il Parroco si prefiggeva era pienamente raggiunto.
Fummo studenti e lavoratori fuori del paese. I nostri ritorni a Villa per le ferie o per le vacanze li vivemmo come ritorni alla terra promessa. Quando si è lontani da Villa non si fa che sognarla. Il paesello viene idealizzato: non ha più nessun difetto; solo pregi. Poi un susseguirsi di "sfilacciamenti" alcuni studenti diventarono professionisti, altri andarono all'università; molti, per lo più lavoratori, emigrarono e...
Uno si può chiedere il perché di tutto questo ripercorrere. Vogliamo forse vivere di passato? Direi di no. Tutti noi siamo proiettati verso il futuro: abbiamo nipoti dei quali ci occupiamo, sappiamo quale è il mondo che vorremmo per loro e ci adoperiamo in quella direzione. Il ripercorrere ci porta al senso di questo convegno.
Questa classe ha saputo fare cose grandi, se si pensa da dove è partita. Parliamo di risultati medi, anche se abbiamo casi eclatanti di successo nelle professioni piuttosto che nel business, fino ai massimi livelli. Da parti di un microcosmo siamo diventati cittadini del mondo; siamo passati dalla monocultura del paesello autocontenuto a una grande diversificazione di interessi. Abbiamo percorso strade in tutte le direzioni; coperto distanze le più svariate, a partire da quelli che hanno espresso il proprio talento a Villa stessa. Diciamo pure con orgoglio che siamo andati lontano.
La vita ha fatto di noi persone molto diverse tra loro, ma ci portiamo dentro un "zoccolo duro" di patrimonio comune che abbiamo formato in quei primi 7-10-15 anni della vita e lo abbiamo formato qui. E' un patrimonio di semplicità, parsimonia, saggezza contadina, non estraneo alla coscienza che al di là della montagna di Monteferrante c'era un mondo grande e anche lussuoso e sofisticato, fatto, tra l'altro, di grandi alberghi e casati nobiliari: ce ne parlavano i famosi chef e maitre d'hotel di consumata esperienza e noi li ascoltavamo rapiti.
In quel patrimonio ha sempre giganteggiato la sacralità della famiglia, valore intorno al quale tutti gli altri ruotano. Ritengo che in ultima analisi, ci accomuni la tensione verso gli obiettivi che hanno improntato tutto il nostro operare:
progredire come persone; misurare tutto col metro dei nostri valori di base; formare i nostri figli con l'esempio più che con i proclami; trasmettere ai nostri discendenti un'eredità di grande dignità.
Dunque molti di noi si ritrovano qui dopo tanti anni di lontananza eppure non lo fanno come estranei. Personalmente ho avuto la prova di questo fenomeno in ogni occasione di viaggi in terre lontane nel quale ho potuto rivedere compagni dopo molti decenni; la prova era una particolare luce che sprigionava dagli occhi di quei compagni e credo proprio che uguale luce fosse negli occhi miei.
Non vogliamo indulgere a frasi lacrimose, ma vogliamo goderci l'orgoglio di persone che, col loro piccolo bagaglio, hanno iniziato la propria vicenda umana in questa terra umile, sono state laboriose e oneste, hanno sparso nel mondo la loro positività e quindi, per quello che a loro competeva, hanno fatto del bene all'umanità nel suo insieme. Allora, non ci resta che complimentarci con noi stessi e gioire insieme giacché
COME LA CLASSE 1939 NON CE N'E' NESSUNA!!!




