Villa Santa Maria Patria dei Cuochi e di San Francesco Caracciolo


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INEDITI

DONNE D’AMORE
(Dino Costa)
L'alba s'è spogliata del vestito rosa e nuda ora appare.
Sul ponte calmo stridono gli sguardi delle donne d'amore.
Sogni diversi, da dedicare a chiunque li richieda.
Sogni con i colori, tenui di un acquerello, intensi e passionali, pennellati con tinte ad olio.

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PENSIERO

(SERGIO PELLEGRINI)
SEMPRE DI PIU' RIMANE IL MIO CORPO...TREPIDARE DI CUCCIOLO E UN LUDWIG-CHECCA GRANDE INGEGNO DI BOSCHI BAVARESI:SGUARDI LUNGHI E MITI......

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SONO

(SERGIO PELLEGRINI)
La stanza mia mi tappezza la vista di un cielo notturno davanti a un fuoco accecante.
Su una spiaggia fredda e nuda,mi avvolge un sacco a pelo senza amore corpo vicino lo sguardo si perde sulle rughe di un viso. Anniettato da fantasmi di proiettato futuro.
Il mio corpo si snoda su variopinto rosso-giallo verde materasso di spugna.
Torno al rifiuto giovane di adolescente senza vita nè corpo.
Sono nella mente qui presente aspettando potenziali possibilità di ormai trascorsi vissuti.
Son qui con tutto quello che sono stato senza nulla che mi faccia luce.
SONO......

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NUVOLE

(Dino Costa)
Nuvole bianche su di me.
Lente, sospinte da un vento fannullone,
nel susseguirsi nel tempo che non concede tempo,
si dileguano - oltre la mia presenza -
nell'immensità di un cielo che non vedo.
Questo cielo, che ho venduto agli altri,
ora ha reso i miei occhi ciechi.

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IL BUIO
(anonimo)
Il vuoto niente, il buio tutto.
Senti il buio ti circonda, e tu bimbo piangi.
Anche io vorrei con te entrare nel buio,nel dolore, nella morte della gioia.
Ascolta la voce del buio,ascolta il suo canto,il canto dell'amore.

SE
(anonimo)
Se la luce dei miei occhi,
se l'udito delle mie orecchie,
se il tatto delle mie mani,
se l'olfatto del mio naso,
se il mio cuore fosse un fiume di sangue
se tutto ciò, Signore, non esistesse in me
io in quell'attimo sarei il TE.

QUESTO SILENZIO

(Dino costa)
Il vento del tramonto soffia i miei inverni e increspa l'acqua,
mentre una foglia illuminata dal faro cade fluttuando.
Ad occhi chiusi vedo il lento appassire dentro la vita che scorre come fili invisibili.
Questo silenzio non è buio,
ma respiro che si tramuta ,
una carezza lieve in un canto senza note.



L'OSPIZIO
(Faustino Di Cicco)
Dopo il temporale e il freddo di ieri, eccezionali in questa stagione, oggi domenica, è ritornato il sole.
Appena pranzato, nonostante l'ora calda, prendo la via della Madonna.
Dalle siepi e dalle erbe, proviene un odore penetrante e indefinibile, ma gradevole.
Passato il ponte, vedo, seduti all'ombra di un albero antistante l'ospizio, alcuni ricoverati. Per meglio osservarli, mi avvicino e cerco di scambiare con loro qualche parola o avviare un possibile dialogo.
Già a distanza, mi riconosce Anna Capanna, la pazza. Sorridendo come sempre, mi viene incontro e, porgendomi la mano, mi dice: - Il professore Faustino! Benvenuto alla Madonna. Vieni, che ti presento gli ospiti qui seduti. Questi due sono di Montebello sul Sangro; gli altri tre, come nell'ordine, sono di Bomba, Roccascalegna e Pennadomo. Riconosco la sorella della moglie di Eleuterio Ciccone, buon'anima. Quant'è cambiata! Quanto sono cambiate queste povere donne. Quanto passano gli anni, le disgrazie e le malattie da mutare completamente l'aspetto fisico di una persona.
Dov'è la giovinezza? Tutto finito in un lontano ricordo, che è pur di ieri, sepolto dagli anni. Dove sono le persone care? Disperse nelle varie città, morte o dimenticate. Per scrollarsi di dosso il fastidio di un peso inutile, hanno pensato di scaricarlo nell'ospizio. Le donne con le quali parlo, sono componenti e sintesi di una dolorosa storia. Non rimproverano, non maledicono, nè accusano la società o il proprio sangue.
Sono lì a raccontare.
Il parlare incerto e confusionario di malati, rivela una sola realtà: l'abbandono. Sono degli esseri inutili, alla mercè delle assistenti, oggetti di attenzione, di derisione e di disprezzo. Povera gente! In compagnia dividono la pena. Sedute a quell'ombra, sono costrette a convivere e sopportarsi da estranee e vittime dello stesso destino. Nella rassegnazione, si evidenzia una nota comune e ricorrente: i figli lontani, i grandi assenti.
La sorella di Ciccone, è l'unica ancora in discrete condizioni. Mi parla molto di sè e dei parenti. Le ricoverate con le quali dialogo, sono più fortunate delle allettate.
Più in là, nel parco della "Rimembranza", due giovani si amano, guardati dai Caduti della guerra del 1915/18. Ogni cipresso reca la targhetta con le generalità del soldato. E' la giovinezza di vent'anni caduta.
Mentre mi allontano per continuare la mia passeggiata, ripenso a quelle donne trasformate dagli anni. Ancora poco tempo e quelle sedie, nella frescura, sarebbero rimaste vuote.
Mi allontano, e riguardo quegli esseri in dissoluzione.
La vita è un mistero. Vivere e morire.


Anno di Grazia, 1978.



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