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LA POLITICA
Atti di Sindacato Ispettivo
Ha presentato come primo firmatario
Atto n. 3-01016 Pubblicato il 17 ottobre 2007 Seduta n. 231 DI LELLO FINUOLI , DE PETRIS , LUSI - Ai Ministri della giustizia, dell'interno e dell'economia e delle finanze. -
Premesso che:
la Direzione nazionale antimafia, nella sua relazione annuale (dicembre 2006) relativa alle dinamiche e strategie delle associazioni mafiose nel Distretto de L’Aquila, riferisce che:
“le informazioni acquisite (…) confermano la fondata convinzione che il territorio abruzzese possa dirsi sostanzialmente immune da radicati insediamenti di matrice mafiosa, quantunque siano in costante aumento ed assumano connotati di maggiore significatività le presenze criminali organizzate nel pescarese e nel teramano (principalmente nel settore del gioco d’azzardo, della contraffazione illegale di prodotti commerciali e dello spaccio di sostanze stupefacenti)”;
“Ad ogni buon conto la Regione Abruzzo, così come la Provincia di L’Aquila, per motivi legati soprattutto alle radici culturali e storiche, non produce di regola fenomeni criminali associativi autoctoni, almeno intesi in senso tradizionale”;
“Prendendo le mosse dagli indici di riferimento di regola utilizzati per ipotizzare la presenza di gruppi organizzati, anche di stampo mafioso, le conclusioni potrebbero dar luogo ad un quadro relativamente tranquillo; non a caso l’Abruzzo viene tradizionalmente associato all’immagine “dell’isola felice”, forse perché è lontano da fatti di sangue, plateali azioni intimidatorie o attentati dinamitardi di matrice estorsiva, che caratterizzano le mafie più pericolose”;
dopo tali rassicuranti constatazioni, la relazione propone una specie di seconda premessa (“volendo, tuttavia, approfondire gli indici di riconoscimento dei gruppi organizzati, anche sotto il profilo latente e sintomatico, le conclusioni appaiono diverse”) cui segue l’elencazione di fatti e circostanze quali, tra l'altro:
un numero di istituti bancari e società finanziarie assolutamente abnorme rispetto alla densità della popolazione, al reddito pro capite, e al volume economico delle imprese attive, e nonché alla tipologia delle forme di investimento, che restano caratterizzate dalla tendenza a non investire sul territorio di appartenenza;
attività di indagine della Polizia giudiziaria hanno accertato una decina di bancarotte fraudolente e truffe con conseguenti indebiti arricchimenti per almeno 5 milioni di euro con notevoli pregiudizi economico-patrimoniale per almeno un centinaio di imprenditori, con emissione di numerose ordinanze di custodia cautelare per fatti riconducibili a responsabilità penali di natura associativa per episodi di riciclaggio, reimpiego, truffe, eccetera, e con il sequestro preventivo di quote societarie, beni mobili e immobili per un valore ammontante a 15 milioni di euro;
a tal proposito gli organi di polizia hanno reiteratamente segnalato l'esistenza di ragioni di sospetto circa la presenza di interessi del crimine organizzato pugliese, siciliano e soprattutto campano in relazione a rilevanti operazioni di investimento immobiliare soprattutto sul litorale adriatico interessato da imponenti insediamenti immobiliari nel settore alberghiero e della ricreazione collettiva;
dopo aver messo in rilievo dette situazioni che causano allarme per una possibile opera di infiltrazione di capitali di illecita provenienza nel sistema finanziario regionale e fatto cenno ad altri fenomeni di criminalità, la relazione della Direzione nazionale antimafia concludeva: "Investigazioni di notevole complessità ed impegno sono state condotte in via esclusiva dalla procura della Repubblica di Pescara, così sfuggendo a più approfondite valutazioni sotto il profilo di una eventuale realtà associativa che avrebbe potuto giustificare un coinvolgimento della procura distrettuale antimafia de L'Aquila, peraltro, composta da poche unità";
secondo recenti notizie di cronaca, gli investigatori della Procura distrettuale di Palermo seguendo il cosiddetto "tesoro di Ciancimino" (l'ex Sindaco di Palermo noto alle cronache giudiziarie) si sarebbero imbattuti nella "Alba d'oro s.r.l." che sta realizzando una mega-struttura turistica nel territorio del comune di Tagliacozzo;
detta società, proprietaria della concessione edilizia per la struttura ricettiva sopra citata, si è costituita nel settembre del 2002 con il tributarista Gianni Lapis come Presidente del Consiglio di amministrazione;
Gianni Lapis è indicato dai magistrati palermitani come il prestanome dei Ciancimino e, infatti, lo stesso era detentore delle quote della Gas S. p. A. prima che questa venisse venduta da Massimo Ciancimino ad una multinazionale spagnola per 120 milioni di euro;
con sentenza - di 1° grado - del 9 marzo 2007 (proc. pen. N.12021/2004) il Gup del Tribunale di Palermo ha condannato (con il rito abbreviato e con la conseguente riduzione di pena) Gianni Lapis a 5 anni di reclusione per il reato di cui all'art. 12-quinquies, comma 2 (Trasferimento fraudolento di valori), della legge 306/1992, l'avvocato Ghiron a 5 anni di reclusione e Massimo Ciancimino a 5 anni e 6 mesi di reclusione, questi ultimi due per lo stesso reato contestato a Lapis e con la continuazione con il reato di cui all'art. 648-bis del codice penale (riciclaggio);
il progetto della struttura turistica era stato presentato nel 2002 al Comune di Tagliacozzo dalla "Ricci e Zangari s.r.l." (soci Achille e Augusto Ricci e Nino Zangari all'epoca Assessore comunale) che poi lo ha ceduto alla "Alba d'oro";
il capitale sociale della Alba d'oro è di 40.000 euro e, segnatamente, Nino Zangari per 6.600 euro, Augusto Ricci per 6.800 euro, Achille Ricci per 6.600 euro e la Sirco S. p. A. per 20.000 euro e, cioè, per il 50% del capitale sociale;
alla Sirco, che ha sede in Palermo, nel luglio del 2005, nel prosieguo dell'indagine, il Gip del Tribunale di Palermo ha sequestrato in via preventiva i capitali sociali;
i fatti sopra riportati confermano quanto riferito dalla Direzione nazionale antimafia sull'Abruzzo come un possibile territorio di riciclaggio di denaro proveniente dalla criminalità organizzata siciliana e conferma, inoltre, il giudizio - anche se espresso in forma molto diplomatica - della scarsa capacità di incidenza investigativa della Direzione distrettuale antimafia de L'Aquila sui fenomeni associativi presenti nella regione,
si chiede di sapere:
quale valutazione i Ministri in indirizzo diano della situazione di alto rischio riciclaggio venutasi a creare a Tagliacozzo e nella Marsica con la attività della Alba d'Oro;
se la Procura distrettuale de L'Aquila, gli organi di Polizia giudiziaria e la Guardia di finanza, in particolare, ferma restando la tutela del segreto istruttorio, stiano monitorando la vasta rete di società che operano in Abruzzo e che sembrano essere riconducibili alla criminalità organizzata siciliana, campana e pugliese;
se non sia il caso di verificare l'adeguatezza dell'azione investigativa della Procura distrettuale de L'Aquila attraverso la valutazione degli eventuali risultati conseguiti nel settore del riciclaggio di denaro di provenienza illecita, settore sul quale, per ora, sembra indagare più l'Autorità giudiziaria di Palermo che quella de L'Aquila.
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Atto n. 3-01005 (in Commissione) Pubblicato il 17 ottobre 2007 Seduta n. 231
DI LELLO FINUOLI - Ai Ministri della difesa, dell'interno e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. -
Premesso che:
in Abruzzo, nella Valle Peligna, nel territorio del comune di Pratola Peligna, è ubicata la base militare di Monte San Cosimo;
in tale base vi sarebbe uno dei più grandi depositi di armi e munizioni dell'Italia centro-meridionale e ciò sarebbe confermato anche dal raddoppio della fascia delle servitù militari, portata da 100 a 200 metri, con grave disagio per le attività dei residenti impegnati nel settore dell'agricoltura;
l'Enea - Disp ha individuato in tale base un sito idoneo per lo stoccaggio di scorie radioattive;
da anni, anche attraverso varie interrogazioni parlamentari e risoluzioni del Consiglio regionale d'Abruzzo, del Consiglio provinciale dell'Aquila e delle Amministrazioni locali interessate, è stato palesato lo stato di disagio e preoccupazione degli abitanti della zona che reclamano sicurezza da realizzare attraverso la riconversione della base in zona destinata alla protezione civile,
si chiede di sapere:
se nella base di San Cosimo siano depositati anche armamenti non convenzionali;
se e quali misure di sicurezza siano state adottate per salvaguardare l'incolumità delle popolazioni;
se i Ministri in indirizzo non ritengano di accogliere le richieste delle Comunità interessate tendenti alla smilitarizzazione della base ed alla riconversione della stessa - che insiste in uno spazio di oltre 133 ettari dotati di ogni infrastruttura - per finalità di protezione civile.
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Atto n. 3-00760 (in Commissione) Pubblicato il 20 giugno 2007 Seduta n. 172
DI LELLO FINUOLI , CALVI , RUSSO SPENA , VALENTINO , CENTARO -
Al Ministro degli affari esteri. -
Premesso che:
l’8 dicembre 2006 Gaetano Caramazza di Palermo veniva arrestato a Malta con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, falsificazione e truffe, insieme con Fabio Zulian di Torino e Nevio Barut di nazionalità slovena;
a fronte di una cospicua perdita al “Casinò di Venezia” di quella città, una parte del debito di gioco del Caramazza veniva pagato personalmente da un suo amico, Fabio Zulian, con un assegno di 100.000 euro risultato rubato e della cui provenienza illecita lo stesso Zulian ha sempre dichiarato di non essere a conoscenza;
ottenuti gli arresti domiciliari dietro pagamento di una cauzione di circa 37.000 euro, e con l’obbligo di restare a Malta, il Caramazza rispettava pienamente gli obblighi impostigli;
nel corso dell’istruttoria venivano derubricati alcuni capi di imputazione, poi “riammessi” in una udienza “ a porte chiuse” senza la presenza del difensore e dell’indiziato e, comunque, veniva respinta la richiesta di quest’ultimo di rientrare in Italia per evitare le insostenibili spese di soggiorno in albergo, le spese dei viaggi dei suoi familiari e per curarsi meglio, considerato il suo precario stato di salute, peraltro facilmente dimostrabile;
dopo qualche giorno, però, su denuncia di un tassista, al quale l’indiziato avrebbe palesato la sua intenzione di lasciare clandestinamente il Paese, sulla base di un sospetto di fuga non dimostrato e non dimostrabile, veniva di nuovo arrestato;
essendosi sentito più volte male e portato in ospedale, dato lo stato d’ansia, veniva chiesto un consulto psichiatrico durato una ventina di minuti, nel corso del quale, alla domanda “che cosa prova”, nella momentanea e giustificata disperazione, dichiarava di provare molta rabbia verso il tassista e che, se avesse avuto una pistola, gli avrebbe sparato o si sarebbe sparato per porre fine alla sua incredibile vicenda;
questo sfogo umano, comprensibile e del tutto passeggero, induceva lo psichiatra a diagnosticare uno stato patologico tale da disporne il trasferimento nel manicomio criminale dove, paradossalmente, è tuttora ristretto;
tralasciando qualsiasi rilievo critico sul modo in cui il sistema giudiziario maltese sta operando nel caso in oggetto, si ritengono degni di tutela il diritto ad un equo processo, alla tutela della salute dell’indiziato, il diritto alla sua integrità fisica e psichica, messo in pericolo da una lunga detenzione – ingiusta perché sproporzionata per i fatti addebitatigli – e dal ricovero in un manicomio criminale che, per una persona sana di mente, potrebbe essere fatale,
si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare perché sia assicurato il rispetto dei diritti sopra citati, garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, ed al rispetto dei quali anche la Repubblica di Malta è tenuta.
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Atto n. 3-00301 (in Commissione) Pubblicato il 14 dicembre 2006 Seduta n. 87
DI LELLO FINUOLI - Al Ministro dell'interno. -
Premesso che:
in Abruzzo il Partito della Rifondazione comunista (PRC) è da tempo oggetto di atti intimidatori violenti come dimostrano i seguenti episodi verificatisi negli ultimi mesi dell' anno 2006 e tutti di notte: il 13 ottobre 2006 è stato imbrattato con una svastica il circolo del PRC "A. Gramsci" di Pescara; il 31 ottobre 2006 è stato incendiato lo stesso circolo; il 25 novembre 2006 è stata imbrattata con svastiche e croci celtiche la vetrata del circolo PRC di Montesilvano (Pescara);
tali atti intimidatori non possono essere frutto di "ragazzate" a sfondo fascistoide, ma sono da ricollegare all'attività politica del PRC e, segnatamente, all'impegno profuso nel contrastare ogni forma di cattiva amministrazione della cosa pubblica e di malaffare come, da ultimo, lo scandalo della Finanziaria regionale abruzzese (Fira) e dell'amministrazione di Montesilvano;
le Forze di polizia risultano impegnate a fare piena luce su detti episodi, ma andrebbero adottate misure di controllo più adeguate alla gravità e, vista la sequenza degli episodi avvenuti, se ne teme la possibile reiterazione,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo condivida l'analisi e il timore dell'interrogante e, in caso positivo, quali provvedimenti intenda adottare di conseguenza.
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Atto n. 3-00300 (in Commissione) Pubblicato il 14 dicembre 2006 Seduta n. 87
DI LELLO FINUOLI , RUSSO SPENA , GIAMBRONE , CASSON , RANIERI , BUCCICO , VALENTINO , - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia. -
Premesso che:
ai sensi della vigente normativa, la competenza a giudicare le controversie in merito al pagamento del canone Rai all’Agenzia delle entrate da parte degli utenti, è attribuita esclusivamente alla Commissione tributaria provinciale di Torino, indipendentemente dal domicilio del convenuto, che rappresenta invece il parametro generale per l’individuazione del foro competente in ogni altro procedimento di natura tributaria;
il suddetto criterio di individuazione del forum causae è chiaramente ed irragionevolmente derogatorio rispetto ai principi generali dell’ordinamento, che stabiliscono nel luogo del domicilio del convenuto il criterio idoneo a radicare la competenza territoriale dell’organo giurisdizionale, al fine di consentire al convenuto di esercitare il proprio diritto alla difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione, nella maniera più agevole, e senza aggravi ulteriori rispetto a quelli strettamente connessi allo svolgimento del procedimento;
tale criterio di individuazione dell’organo giurisdizionale competente nei suddetti procedimenti determina, com’è evidente, irragionevoli disparità di trattamento, in violazione dell’art. 3 della Costituzione, nei confronti dei cittadini che risiedano in località distanti dalla città di Torino, costringendoli a sostenere notevoli spese già soltanto per raggiungere la città piemontese, violando altresì il diritto alla difesa di tali cittadini che, come spesso avviene, preferiscono rinunciare a comparire in udienza piuttosto che affrontare le ingenti spese del viaggio sino a Torino, così risultando sistematicamente soccombenti in questo tipo di cause;
considerato che:
alla stregua dei criteri dettati dall’ordinamento italiano, nonché dalle direttive comunitarie 92/50, 93/36, 93/37, la Rai è un organismo di diritto pubblico, dotato di personalità giuridica, di un consiglio di amministrazione nominato dallo Stato (in parte dal Parlamento, in parte dal Governo), di un Direttore generale nominato dal Consiglio di amministrazione su designazione del Governo; è una società ad intera partecipazione pubblica di interesse nazionale, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 2461 del codice civile (partecipata al 99, 5% dal Ministero dell’economia e delle finanze ed allo 0, 5% dalla Siae);
appare inammissibile che tale deroga ai principi generali dell’ordinamento in materia di individuazione del foro competente, suscettibile di determinare non solo un’irragionevole disparità di trattamento, ma anche e soprattutto una grave violazione del diritto alla difesa del cittadino, sia prevista unicamente per questo tipo di contenzioso, che vede come controparte un organismo di diritto pubblico, quale la Rai, come tale tenuto a curare, tutelare, promuovere e giammai ostacolare i diritti dei cittadini,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della questione sopra esposta;
se, anche alla luce delle precedenti considerazioni, non ritengano opportuno assumere ulteriori informazioni in ordine alla questione, anche al fine di adottare i provvedimenti ritenuti opportuni per impedire che una normativa derogatoria rispetto ai principi generali dell’ordinamento si traduca in una inammissibile violazione del diritto alla difesa dei cittadini.
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Come Senatore
Atti di indirizzo e rapporto di fiducia
Ha presentato come cofirmatario
MOZIONI
Atto n. 1-00084Pubblicato il 20 marzo 2007 Seduta n. 127
VALPIANA , RUSSO SPENA , CAPRILI , , GAGGIO GIULIANI , , CONFALONIERI , NARDINI , SODANO , RAME , ALFONZI , BOCCIA Maria Luisa , DI LELLO FINUOLI , GAGLIARDI , TECCE , PALERMO , , BONADONNA , VANO , ZUCCHERINI
Il Senato,
premesso che:
la ripartizione sempre più ineguale delle ricchezze mondiali e le sacche di miseria estrema da essa generate gettano le popolazioni più vulnerabili nelle mani dei trafficanti che godono di un'impunità quasi totale. I minori sono le maggiori vittime di questo traffico destinato ad alimentare le reti europee della prostituzione minorile, dell'accattonaggio e del lavoro forzato, dell'adozione illegale e della delinquenza forzata;
non si può dubitare del fatto che oggi si assiste ad un’involuzione delle condizioni dell’infanzia nel mondo, e che nuove forme di sfruttamento violano il diritto di ogni bambino e di ogni bambina a vivere un’infanzia felice e piena;
di fronte ai sempre più frequenti fatti di cronaca che coinvolgono bambini e bambine sfruttati e trafficati ci si dovrebbe interrogare non solo sulle cause del fenomeno della tratta e su chi vi speculi ma, soprattutto, sugli strumenti cui sia possibile ricorrere per contrastare le nuove forme di sfruttamento e di negazione dei diritti di cui è oggi vittima la maggioranza dei bambini nel mondo;
l’Italia, pur a fronte dell’introduzione di norme incriminatrici della tratta degli esseri umani e delle nuove forme di schiavitù, è caratterizzata da una realtà sociale contrassegnata da profonde violazioni dei diritti dell’infanzia;
i bambini rappresentano infatti risorse preziose per la criminalità organizzata coinvolta nel traffico di esseri umani;
“acquistare” un bambino, invero, costa poco o nulla - e costa ancor meno se si tratta di minore la cui nascita non è mai stata registrata - mentre il suo impiego nella prostituzione, nella pornografia, nell'accattonaggio o nella micro-criminalità (per non parlare del traffico di organi) costituisce una fonte di ingenti guadagni;
i bambini che vivono in condizioni di miseria, o di abbandono assoluto da parte delle famiglie rappresentano la fonte principale cui attinge la criminalità organizzata;
i bambini che restano vittime di queste forme di criminalità sono considerati come "fungibili" e destinati a una sorte variabile secondo le esigenze degli sfruttatori: prima vengono impiegati nella prostituzione o nella pornografia, oppure sono spinti all'accattonaggio o coinvolti nella microcriminalità o nel traffico di stupefacenti; una volta esaurito il loro "valore di uso" possono essere rivenduti per le adozioni internazionali illegali o addirittura uccisi per prelevarne gli organi, da rivendere poi a caro prezzo sul mercato nero;
l’Italia conosce purtroppo queste realtà che non si riesce ad impedire nonostante la loro natura delittuosa, e che addirittura non sempre riescono ad emergere;
nel nostro Paese è particolarmente preoccupante l’incidenza del fenomeno dello sfruttamento dei minori nell’accattonaggio, il cui giro d’affari è pari a circa 150 milioni di euro all’anno, e che coinvolge almeno 50.000 bambini e bambine, fra i 2 e 12 anni, registrando negli ultimi anni un sensibile incremento;
la casistica giudiziaria ha infatti dimostrato il progressivo, preoccupante aumento dei casi di vero e proprio sfruttamento sistematico dei bambini nell’attività di accattonaggio, tale da integrare gli estremi del delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, di cui all’art. 600 del codice penale, e non della mera contravvenzione prevista dall’art. 671 del codice penale in materia di impiego di minori nell’accattonaggio;
la giurisprudenza recente ha infatti rilevato come sempre più frequentemente lo sfruttamento dei bambini e delle bambine nell’accattonaggio assuma forme e modalità tali da determinare la riduzione o il mantenimento delle piccole vittime in condizioni paraservili, del tutto equiparate alla schiavitù ai sensi dell’art. 600 del codice penale, in ragione della profonda lesione della dignità e dello status libertatis della persona che tali condotte determinano, privando il bambino non solo dei diritti all’educazione, allo studio, alla libertà dal bisogno, alla salute e all’incolumità fisica, ma anche e soprattutto all’autodeterminazione e alla dignità;
i dati forniti dalla Polizia di Stato dimostrano come nello scorso anno 2006 si siano registrate in Italia ben 540 denunce per sfruttamento dei bambini nell’accattonaggio, con un incremento rispetto agli anni precedenti, di assoluto rilievo in alcune realtà: si pensi che a Latina si è registrato un aumento delle denunce pari al 200%; a Taranto del 1.500%; a Lecce dell´800%; a Ragusa del 600% e a Siracusa del 700%;
rilevato che:
nonostante la rilevanza dell’intervento delle amministrazioni locali e delle forze dell’ordine (in particolare della polizia di prossimità) e della magistratura nell’accertare e sanzionare la responsabilità penale di quanti abbiano sfruttato nell’accattonaggio i bambini, al punto da ridurli in condizioni di schiavitù o servitù, sono ancora troppi i casi di abusi e sfruttamento dei minorenni, costretti, sotto minaccia di violenza, a mendicare in condizioni pericolose e profondamente lesive della dignità;
una delle cause dello sfruttamento dei bambini e delle bambine è la povertà ed indigenza delle famiglie cui essi appartengono, per le quali l’impiego dei minorenni nell’accattonaggio rappresenta una fonte essenziale di guadagno. Secondo i calcoli della Divisione Anticrimine della Polizia di Stato infatti, l’impiego dei bambini in queste attività può rendere un ricavo sino a 100 euro giornalieri; somma destinata a crescere sensibilmente quando i bambini vengano coinvolti in attività criminose, prevalentemente reati contro il patrimonio come scippi o furti, come avviene spesso per i bambini cosiddetti ‘argati’ di origine albanese o macedone;
nell’affrontare il problema dello sfruttamento dei bambini nell’accattonaggio, quale nuova forma di riduzione in schiavitù, numerose convenzioni internazionali (Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 1989, Convenzione 197/2005 del Consiglio d’Europa sulla tratta di esseri umani, Convezione Onu del 2000 sul crimine organizzato transnazionale, cosiddetta Convenzione di Palermo) hanno più volte esortato i Paesi firmatari a predisporre, tra l’altro, misure di sostegno ai nuclei familiari meno abbienti, idonee a prevenire il ricorso da parte dei genitori all’accattonaggio e il conseguente sfruttamento dei bambini in tale attività e adeguati interventi di educazione alla legalità e tesi ad evitare la dispersone scolastica,
impegna il Governo:
ad attuare controlli d'identità ed appartenenza familiare accertata e riconosciuta, idonei a consentire l’identificazione dei bambini e ad evitare che la loro mancata registrazione possa favorirne lo sfruttamento ed il coinvolgimento in attività criminali, essendo assolutamente inammissibile che in Italia al 31 dicembre 2005 si siano potuti registrare - come risulta dai dati statistici - ben 1.476 casi di minori stranieri scomparsi, per essere verosimilmente destinati all’impiego in attività criminali, se non addirittura al sequestro di persona a fini di estorsione, alla tratta, alle adozioni illegali, alla morte, qualora si voglia utilizzarne il corpo per estrarne gli organi e poi rivenderli sul mercato nero;
ad adottare gli interventi, già sperimentati con positivi risultati in alcune città, ritenuti idonei a contrastare il fenomeno dello sfruttamento dei bambini e delle bambine nell’accattonaggio, predisponendo inoltre adeguati interventi tesi a favorire e promuovere l’educazione alla legalità e ad evitare la dispersione scolastica, nonché misure di sostegno ai nuclei familiari meno abbienti, al fine di evitare che condizioni di assoluta povertà ed indigenza inducano i genitori a sfruttare nell’accattonaggio i bambini, violandone la dignità e la libertà e precludendo loro la possibilità di vivere in condizioni di eguaglianza rispetto ai loro coetanei e di libertà dal bisogno, affinché i diritti dell’infanzia diventino la priorità assoluta delle politiche pubbliche particolarmente in materia di protezione, sanità ed educazione;
ad intraprendere e implementare attraverso gli enti locali programmi di prevenzione (sensibilizzazione dei minori e delle famiglie nella loro interezza, intese sia come nuclei ristretti che allargati; interventi sistematici di collocamento lavorativo, di formazione professionale e iniziative di sviluppo economico volte al sostegno delle comunità e dei gruppi di rischio), contestualizzando gli interventi mediante l’analisi del profilo delle vittime dando maggior importanza alle caratteristiche personali dei minori vittime ed al contesto familiare ed etnico di appartenenza; l’esame delle modalità di reclutamento, di trasporto e dell’esperienza di tratta vissuta, al fine di evidenziare condizioni di vulnerabilità; la previsione dei profili delle vittime di tratta per lavoro coatto, accattonaggio, attività illecite e adozione; servizi specifici per i minori vittime di questo tipo di fenomeno in relazione alla loro età, al sesso, alla specifica fase di sviluppo, ai loro bisogni e alle diverse forme di sfruttamento sofferto; nonché mediante l’analisi della percezione sociale del fenomeno da parte della comunità di appartenenza dei minori e del coinvolgimento familiare nella catena della tratta.
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Atto n. 1-00107Pubblicato il 31 maggio 2007 Seduta n. 159
ALFONZI , ALBERTI CASELLATI , ALLEGRINI , AMATI , BASSOLI , , BRISCA MENAPACE , , BONFRISCO , , CAPELLI , , DE PETRIS , EMPRIN GILARDINI , GAGGIO GIULIANI , , MONACELLI , MONGIELLO , NARDINI , NEGRI , PALERMI , PELLEGATTA , PIGNEDOLI , PISA , , REBUZZI , RUBINATO , SOLIANI , VALPIANA , VANO , VILLECCO CALIPARI , LIVI BACCI , ALBONETTI , BELLINI , BENVENUTO , , DI SIENA , , MARINO , PEGORER , POLLASTRI , SANTINI , SILVESTRI , TECCE , RUSSO SPENA
Il Senato,
premesso che:
le donne continuano ad essere abbondantemente sottorappresentate nelle istituzioni elettive pur rappresentando più della metà dell'elettorato;
in Senato, su 333 componenti solo 45 sono donne (dati dal sito del Senato), mentre alla Camera dei deputati su 630 componenti solo 109 sono donne (dati dal sito della Camera);
la presenza di donne in ruoli istituzionali, tradizionalmente riservati agli uomini, pone il problema di cambiamenti del linguaggio per definirle e renderle visibili;
considerato che:
da almeno vent'anni è stata introdotta anche in Italia la nozione di "sessismo linguistico", intendendo con ciò la presenza di aspetti discriminanti nei confronti delle donne nel sistema stesso della lingua a partire dall'ipotesi che la lingua non solo manifesti il modo di pensare dei parlanti, ma addirittura lo condizioni;
nel 1987 il Consiglio dei ministri pubblicò la ricerca "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, svolta dalla Commissione nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne del Parlamento; le Raccomandazioni promuovevano un uso della lingua italiana attento a rispettare le differenze di genere e a valorizzarne la presenza;
nello specifico, le Raccomandazioni della Commissione nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne suggerivano, tra l'altro, di usare le parole: "persone" e non "uomini" (ovvero: "diritti della persona" e non "diritti dell'uomo"), di creare la forma femminile di titoli professionali con l'avvertenza di evitare le forme in '-essa' o, nelle forme in cui non si ha un adeguato morfofonetico al femminile, anteporre l'articolo femminile;
differentemente dall'uso comune, dove gli aggiustamenti sono spontanei e variano a seconda dei contesti comunicativi e dei soggetti parlanti impegnati nell'atto comunicativo, nella comunicazione istituzionale l'uso della lingua è codificato e non è suscettibile di variazioni spontanee rendendo, quindi, necessarie esplicite decisioni da parte dell'istituzione per introdurvi elementi di visibilità femminile;
visto, altresì, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 27 marzo 1997, cosiddetta direttiva Prodi-Finocchiaro, contenente "Azioni volte a promuovere l'attribuzione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelta e qualità sociale a donne e uomini",
impegna il Governo:
ad introdurre negli atti e nei protocolli adottati dalle pubbliche amministrazioni una modificazione degli usi linguistici tale da rendere visibile la presenza di donne nelle istituzioni, riconoscendone la piena dignità di status ed evitando che il loro ruolo venga oscurato da un uso non consapevole della lingua.
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Atto n. 1-00115Pubblicato il 21 giugno 2007 Seduta n. 173
SALVI , RUSSO SPENA , PALERMI , , PISA , BOCCIA Maria Luisa , MARTONE , DEL ROIO , DI LELLO FINUOLI , MELE
Il Senato,
considerato l'impegno quinquennale dell'Italia nel sostenere la riforma del settore giustizia in Afghanistan con lo stanziamento di un totale di 50 milioni di euro;
sottolineando l'urgenza di una profonda riforma che possa contribuire a creare un clima di certezza del diritto, condizione essenziale per la pacificazione e riconciliazione del Paese;
riconoscendo l'urgenza di contribuire a sbloccare il processo di riforma tutt'ora caratterizzato dall'inerzia delle istituzioni afgane, laddove il progetto di riforma giace tutt'ora nelle Commissioni miste di esperti afgani e internazionali;
evidenziando come qualsiasi programma di riforma della giustizia debba essere accompagnato da un impegno altrettanto robusto per la tutela e il ripristino dei diritti umani;
ricordando a tal riguardo il caso di Rahmatullah Hanefi (funzionario dell’organizzazione umanitaria Emergency) tenuto prigioniero e poi prosciolto dalle accuse di “amicizia con i Talebani” e di “contiguità con Al Qaeda” formulate dal Governo Karzai, solo per aver svolto per conto del Governo italiano, un ruolo indispensabile di mediazione per la liberazione del giornalista de "La Repubblica" Daniele Mastrogiacomo e di Gabriele Torsello;
sottolineando come tale episodio abbia messo a grave rischio la sicurezza di tutto il personale di Emergency, obbligando l'ONG a rinunciare all'impegno che da nove anni svolgeva in Afghanistan assistendo oltre un milione e mezzo di persone, prevalentemente bambini e civili;
riconoscendo l'impegno e la costanza del Governo italiano nella straordinaria mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale per il proscioglimento di Hanefi, trattenuto senza alcuna concreta imputazione e in violazione degli standard internazionali;
evidenziando la drammaticità della situazione nel penitenziario di Pol-i-Chark, a venticinque chilometri da Kabul, in via di trasformazione in carcere di massima sicurezza, e in particolare del settore femminile, dove sono tutt'ora segregate settanta giovani donne con cinquanta figli piccoli; la gravità della situazione delle condizioni di vita nel penitenziario è stata confermata anche in recenti rapporti di campo;
esprimendo preoccupazione per l'alto numero di vittime civili causate dai combattimenti in corso tra truppe ISAF-afgane e insorti talebani,
impegna il Governo:
a porre, nella Conferenza internazionale sul sistema giudiziario afgano (indetta a Roma per il prossimo 3 luglio 2007) l’inderogabile necessità, da parte delle autorità afgane, di osservare il pieno rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali;
a sostenere processi di riconciliazione nazionale, nonché la creazione di una commissione per la verità e la giustizia che possa far luce sulle violazioni dei diritti umani occorse prima, durante e dopo la caduta del regime talebano e che permetta di identificare i responsabili, e sottoporli a processi conformi agli standard internazionalmente riconosciuti;
a chiedere chiarimenti al Governo afgano sul caso Hanefi e sulla situazione nelle carceri afgane, in particolare sul penitenziario di Pol-i-Chark, finanziato dal Governo italiano, e nel contempo contribuire a risolvere l'emergenza delle donne ivi detenute sulla base di processi svolti secondo il codice tribale;
proporre la liberazione di quelle detenute e l'affidamento del caso alla commissione afgana sui diritti umani e a un collegio di giuristi che possa procedere alla loro riabilitazione, nonché il finanziamento di un programma di assistenza a questo gruppo di donne e bambini;
rappresentare la preoccupazione del Governo rispetto all'incolumità fisica della deputata Malalai Joia di recente espulsa dal parlamento afgano, ripetutamente minacciata di morte per le sue attività di denuncia delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani nel Paese.
Sanità. La sinistra: La libera professione? Va bene, ma...
Ddl sull'intramoeniadi Alessandro Antonelli
No al "doppio binario" e agli steccati di classe. Sì alla libera professione convenzionata, purché rispetti precisi limiti: che assicuri parità di accesso, che integri ma non sostituisca le prestazioni ordinarie, che avvenga negli spazi delle strutture pubbliche senza ulteriori oneri a carico del cittadino.
Sono le richieste della sinistra dell'Unione, condensate in dodici emendamenti presentati in commissione salute del Senato al disegno di legge del governo sull'intramoenia intramuraria, ossia la possibilità per i medici di esercitare in regime di libera professione in ambulatori e ospedali pubblici.
La ricerca di una maggiore equità è lo spirito che anima i correttivi proposti congiuntamente dai senatori Erminia Emprin (Prc), Giampaolo Silvestri (Verdi-Pdci) e Antonio Iovene (Sd) alla riforma al vaglio di palazzo Madama. Riforma da licenziare in fretta, prima del 31 luglio, per scongiurare la proroga del "far west" berlusconiano.
Il senso è: basta furbizie da parte di coloro che pur stipendiati dal pubblico oggi hanno la facoltà "arrotondare" in privato, in una nebulosa fiscale che gli consente di arginare i controlli e magari di evadere.
Ma paletti più rigidi - e pratiche più efficienti - anche per l'intramuraria.«
Le nostre proposte - hanno sottolineato i tre senatori, ottimisti sull'esito del proprio "pressing" - sono in sintonia con le conclusioni dell'indagine conoscitiva approvata in commissione». Indagine che a seguito di numerose audizioni e dei rilievi delle associazioni di cittadini e del Tribunale del malato, ha messo in evidenza il fallimento dell'intramoenia soprattutto in relazione al suo obiettivo numero uno: smaltire le liste di attesa.
Stando ai pareri dei soggetti ascoltati, infatti, il ricorso alla libera professione convenzionata non avrebbe velocizzato le pratiche di assistenza. Viceversa l'opacità del sistema e la mancanza di trasparenza nelle informazioni sui diversi tipi di prestazione (istituzionale e a pagamento) avrebbe disorientato i cittadini: pur avendo scarsa disponibilità economica gli utenti sarebbero "costretti" a scegliere il sistema a pagamento per i tempi troppo lunghi delle prestazioni ordinarie, confidando in fantomatici rimborsi.
Per questo la Sinistra chiede che non ci siano più squilibri. Che entrambe le pratiche siano gestite da un unico ufficio delle Asl, che gli spazi - compresi quelli nuovi per cui ci sono degli investimenti - siano misti. E che le attività dei professionisti siano controllate sia per quanto riguarda il rapporto tra volumi di attività istituzionale e libero-professionale, sia sotto il profilo della correttezza amministrativa e fiscale .«Dopo 8 anni di proroghe abbiamo bisogno di un quadro normativo che ponga fine ad una situazione di anarchia» ha detto Emprin.Oggi è atteso il voto in commissione sui 53 emendamenti complessivi, della maggioranza e dell'opposizione. La riforma passerà quindi all'esame dell'aula.
(Liberazione, 12 luglio 2007)
SENATO DELLA REPUBBLICA
—— XV LEGISLATURA ——
20 a SEDUTA PUBBLICA
MERCOLEDÌ 19 LUGLIO 2006
Discussione dei disegni di legge: (762, 30 e 309) - Istituzione commissione di inchiesta sul fenomeno della mafia
DI LELLO-FINUOLI (RC-SE). Signor Presidente, colleghi, mi sembra d’obbligo oggi, nell’intervenire per la istituzione della Commissione antimafia, ricordare che quattordici anni fa, il 19 luglio, a Palermo la mafia uccideva il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Mi pare opportuno ricordare il sacrificio di un eroe borghese, che aveva un grande senso dello Stato e ha sacrificato la sua vita sapendo, con coscienza, che la mafia ne aveva deciso l’eliminazione. Paolo Borsellino è stato un fratello per me, con il quale ho condiviso tanti anni di lavoro e quindi spero che quest’Assemblea oggi gli dedichi un ricordo affettuoso e di riconoscenza. (Generali applausi).
L’istituzione della Commissione parlamentare antimafia, in generale, e l’urgenza del suo funzionamento ci trovano favorevoli, data anche l’attuale fase storica, che vede un fecondo ravvivarsi del rapporto tra le organizzazioni criminali e rami delle istituzioni, della politica, delle professioni. Si tratta di un rapporto perlopiù criminale, il cui contrasto non può essere lasciato alle sole indagini della magistratura, ma va assunto come compito primario della politica.
Le stragi del 1992 avevano segnato un’inversione di tendenza - quantomeno sul piano dell’apparenza - tra mafia e politica, nel senso che la frequentazione e la conoscenza dei mafiosi erano diventate un disvalore per i politici che, appunto, erano tornati a prendere le distanze, pur senza romperli del tutto, da quell’intreccio di interessi comuni e da quella simbiosi mutualistica che sinteticamente chiamiamo il «blocco di potere politico-mafioso».
Tornata la calma - resisi conto che, in realtà, bastava non sparare più, per non essere disturbati, e che gli affari potevano andare avanti, a patto di non creare turbative nell’ordine pubblico, tali da imporre una reazione da parte dello Stato - i componenti di quel blocco di potere sono tornati ad incontrarsi liberamente, alla luce del sole e, sempre alla luce del sole, a tessere le trame di potere e affari in politica, negli appalti, nella sanità (spero che a qualche componente di questa Assemblea dicano qualcosa i nomi dell’ingegner Aiello o del dottor Guttadauro).
La peculiarità del nostro Paese non è la criminalità organizzata o, più riduttivamente, l’illegalità, ma l’assoluta irrilevanza politica del rapporto tra quest’ultima e gli uomini appartenenti alle istituzioni. Negli Stati Uniti, uno come DeLay (un uomo di Bush), uno come Strauskan (un uomo di Jospin), o lo stesso Kohl, per il solo sospetto di aver violato la legge, hanno visto la loro carriera politica compromessa, anzi, finita. Qui da noi accade l’esatto contrario: la contiguità tra il malaffare e il politico trova un rispettabile posto nel curriculum dello stesso politico.
Come se ne esce? Non certo con la sola attivazione degli organi di contrasto (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e magistratura), su cui oggi possiamo contare senza riserve, se non quelle dovute al nostro diritto di sorveglianza e di critica da esercitare, caso per caso, in relazione a eventuali irregolarità o illiceità di comportamenti; oggi possiamo confidare in modo assoluto sulla lealtà degli organi di contrasto e di repressione.
La Commissione parlamentare antimafia potrebbe aiutarci nello sforzo di fuoriuscita da tale sistema integrato di collusione, a patto che recuperi il proprio ruolo di indagine e proposta, senza trasformarsi, di volta in volta, in strumento di lotta o di esaltazione dei magistrati o dei pentiti, di cassa di risonanza delle procure o, mutati i tempi, delle camere penali, con ciò dimenticando che oggetto del suo lavoro è il contrasto alle organizzazioni criminali.
Suggerisco, in breve, alcuni temi ineludibili per i lavori della Commissione. Innanzi tutto, l’effettiva applicazione delle norme: nella legge istitutiva è stato eliminato un nostro emendamento, nel quale si insisteva assai sul controllo dell’effettività dell’applicazione delle leggi, mentre si continua sempre, con un certa ossessione, a far riferimento al controllo della congruità.
Io credo che l’Italia, quanto alla congruità della propria legislazione, sia all’avanguardia nel mondo occidentale, tant’è che la stessa Convenzione dell’ONU non ha fatto altro che copiare la nostra Costituzione; in realtà, bisogna indagare se questa legislazione è poi effettivamente applicata. Per esempio, non viene applicata la legge n. 197 del 1991, istitutiva dell’archivio unico dei conti correnti, unico mezzo per far risparmiare alle indagini, in tema di criminalità organizzata, da sette a dieci mesi di tempo; oppure la consultazione delle associazioni antiracket che sul territorio si sforzano di organizzare un rapporto, una resistenza sociale alla mafia. A questo proposito devo dire che, con molto disappunto, ho notato una certa negativa continuità tra il Governo di centro-destra e quello di centro-sinistra proprio in tema di antiracket.
E poi ancora ricordo la legge sull’uso sociale dei beni sequestrati alla mafia, una legge che licenziammo con grande entusiasmo ma che è poco applicata anche perché su questi beni si sono riversati tutti: Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza, questure, familiari e avvocati, mentre è stato messo da parte il vero nucleo, la vera ragione di questa legge che era quella di utilizzare i beni sequestrati per usi sociali come il risanamento dei quartieri, l’istruzione alla legalità e tante altre cose ancora.
Dunque la mafia deve essere affrontata per quella che è, non come un’emergenza, perché non è un’emergenza ma è ormai un dato strutturale del nostro Paese, una componente di un blocco di potere che controlla alcuni territori in modo capillare e si espande ed investe in altri. Si tratta di un problema nazionale, ovviamente, non solo siciliano, calabrese o napoletano, e tanto meno è un problema antropologico ma di classi dirigenti. È una questione strutturale ad un sistema economico e finanziario che resiste a qualsiasi trasparenza proprio perché la trasparenza non è ben vista né dalla finanza sporca né da quella cosiddetta pulita. Infatti vi è un’osmosi enorme tra questi due mondi che, appunto, respingono qualsiasi ipotesi di trasparenza.
La mafia non è un cancro che aggredisce il corpo sano, è una parte di questo corpo. Meno che mai è l’antistato. Quante volte l’abbiamo sentito dire: la mafia è l’antistato, in Sicilia, in Calabria, in Campania e in Puglia lo Stato è assente. Non è vero. Vi è l’assenza dello Stato così come descritto nei libri, nei testi delle università, ma vi è la presenza ossessiva di pezzi dello Stato che sono integrati con parti di criminalità organizzata.
Dunque, fin quando noi crederemo che la mafia sia qualcosa di estraneo al nostro sistema non riusciremo mai a combatterla. Solo quando sarà percepita come un pezzo di questo sistema, e quindi si avvertirà l’urgenza di liberarci da questa zavorra antidemocratica, solo allora riusciremo a combatterla veramente e io spero che la Commissione parlamentare antimafia, che si insedierà da qui a poco, possa realmente aiutarci in questa battaglia non solo per la legalità ma anche per la democrazia.
Infatti queste organizzazioni criminali, come si è visto anche con l’omicidio Fortugno, mettono in discussione la stessa democrazia del nostro Paese e quindi è urgente che vengano combattute dalla politica e vengano combattute con grande determinazione ma anche con grande onestà intellettuale. (Applausi dai Gruppi RC-SE e Ulivo e del senatore Vizzini. Congratulazioni
SENATO DELLA REPUBBLICA
—— XV LEGISLATURA ——
29 a SEDUTA PUBBLICA
SABATO 29 LUGLIO 2006
Deputato BUEMI ed altri. - Concessione di indulto
DI LELLO-FINUOLI(RC-SE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DI LELLO FINUOLI (RC-SE). Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, l’argomento che stiamo trattando merita di essere affrontato con serietà e con grande rispetto verso le diverse sensibilità. È per questo che non scenderemo in polemica con un Ministro autosospeso che manifesta contro la sua maggioranza, ridotta ormai alla rango di Banda Bassotti. Il nostro orizzonte culturale spazia da Cesare Beccaria a Norberto Bobbio, passando per Mario Gozzini e Alessandro Galante Garrone, e non include certo, né Topolino né Walt Disney né tantomeno il fondamentalismo travaglista, non nel senso di un travaglio interiore, ma di un giornalista che scrive su un giornale di sinistra. (Applausi dai Gruppi RC-SE e FI).
Il nostro impianto costituzionale è incentrato sul principio di eguaglianza e di legalità, intimamente connessi, un’eguaglianza che deve essere, non solo formale, ma anche sostanziale, e una legalità che, proprio a causa dell’impossibilità di garantire ai cittadini l’uguaglianza, specie quella sostanziale, può essere violata per previsione costituzionale. Non c’è dubbio che la grazia, l’indulto e l’amnistia rompano il patto di legalità tra i cittadini e lo Stato, come pure non c’è dubbio che tale rottura sia permessa dalla Costituzione, che pure si pone come garanzia suprema della legalità. Non c’è una contraddizione costituzionale.
L’articolo 3, comma secondo, dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. La stragrande maggioranza dei detenuti deve questa loro condizione proprio alla mancata rimozione di quegli ostacoli. È per questo che un provvedimento di clemenza non può non essere visto come una delle tante possibilità di risarcimento sociale impostaci dalla Costituzione.
Certo ci vogliono riforme strutturali per svuotare le carceri, prima tra tutte un approdo al sistema penale minimo con un sostanzioso ricorso alle pene alternative al carcere, poi il depotenziamento dei meccanismi di incarcerazione che stanno aumentando in modo esponenziale in Italia, in Europa e in tutto il mondo. L’ex ministro Castelli non ha detto perché, ma questa esponenzialità della incarcerazione è data proprio dal fatto che si risponde sempre più col carcere, la più economica delle soluzioni, ai problemi dell’emarginazione sociale, dell’immigrazione, della malattia mentale (in Francia stanno rimettendo in galera i malati mentali) e della droga, tanto per indicare alcune delle più importanti autostrade che portano alla reclusione o, meglio, all’esclusione dalla vita civile.
Non costruiamo più carceri. Tutti gli studi criminologici ci dicono che più ne costruiamo più le riempiamo. Cerchiamo perlomeno di non mandarci chi, potendo avere delle opportunità, non sarebbe destinato a andarci e poi di dare a chi ne esce una opportunità di ravvedimento. Non appelliamoci alla certezza della pena, perché in Italia la certezza della pena già c’è, ma è riservata ai poveracci, che non hanno la possibilità di una adeguata difesa né possono accedere ai benefìci. (Applausi dal Gruppo RC-SE) perché non hanno una casa, non hanno un lavoro, non hanno qualcuno che garantisca per loro e così scontano sempre tutti la pena per intero.
Signor Presidente, la validità di un sistema giudiziario o di un sistema difesa può essere testata, come si suol dire, sotto molti punti di vista (la lentezza dei processi ed altro). Uno dei test più importanti è il carcere. Ebbene, siamo passati dal fascismo alla democrazia con tutta la sua Costituzione, da un’Italia contadina ad un’Italia postfordista, ma la composizione sociale della popolazione carceraria non è migliorata, anzi è peggiorata. (Applausi dal Gruppo RC-SE).
La stragrande maggioranza dei detenuti non è composta da delinquenti (anche questo è un brutto termine da utilizzare verso le persone), ma è composta da persone analfabete o semianalfabete. Una volta si affermava che in galera ci andava chi non sapeva né leggere né scrivere; ora c’è anche un mare di extracomunitari e, quindi, si può affermare che in galera ci va chi non sa leggere, chi non sa scrivere e chi non sa neanche parlare. È a questi che noi dobbiamo guardare!
Il collega D’Ambrosio si è fermato alla scuola positiva di Ferri, ma poi la cultura giuridica è andata molto più avanti.
Il Gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea voterà convintamente questo provvedimento di concessione dell’indulto perché rappresenta uno stimolo a porre mano ad una seria e complessiva riforma del nostro sistema penale: l’unica riforma che potrebbe rendere inutile nel futuro il varo di un’ulteriore amnistia o di un ulteriore indulto. (Applausi dal Gruppo RC-SE, Ulivo e FI. Congratulazioni).
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